State distanti

Abbiamo da fermarci, e non solo per stare distanti, per meglio comprendere come (non solo quale) sia la distanza che dobbiamo praticare nel lavoro educativo.

Noi, educatrici ed educatori professionali e pedagogisti come viviamo, cogliendola ogni giorno, la prossimità? Quale sensazione che ci rimanda il corpo quando un corpo altrui entra nel nostro spazio vitale? Come suonano i nostri passi che “vanno verso? ….?

Ci piace attendere l’avvicinarsi di coloro che amiamo, un gesto che ci rende prossimi?

Ci turba ogni folla che preme, attorno a noi, quando siamo costretti a frequentarla; amiamo gli ingorghi stradali quando sciolgono la tranquillità che ci creiamo negli abitacoli?

E quando a teatro o ad un concerto ci immergiamo e perdiamo i confini dell’io, avvolti in quella stessa folla che tanto sappiamo anche temere, che postura abbiamo, come la pensiamo?

Ora* siamo spinti a improvvisare distanze nuove, non scelte, non programmatiche, non scritte da nessuno, su nessun libro, dettate da necessità e paure.

L’argomento vicino/lontano è ben conosciuto dai nostri corpi, è una costante materiale e emotiva che ci mette in relazione con gli altri, e se si intreccia ad un ulteriore modi di misurare (troppo/poco) ci indica modi di stare in relazione:

troppo lontano/ poco lontano

troppo vicino/poco vicino

Allora dobbiamo ritrovarci nel nostro corpo cercando una nuova prospettiva che non sia quella abituale, né consolatoria, per tornare a ripensare le distanza che dobbiamo intrattenere con gli altri.

Occore rispecchiarsi in nuove vicinanze (o lontananze) e altri dialoghi che passino dalla cura minuziosa nell’uso di sguardi, gesti e parola.

Lascio una domanda aperta: se non posso usare la prossemica come comunico con l’altra/o?

ph. mcm
correre

e non posso usare la prossemica come comunico con l’altra/o?

 

 

*grazie al Covid 19

Lo spazio #corpo4

Non si accede al mondo se non percorrendo quello spazio che il corpo dispiega intorno a sé nella forma della prossimità o della distanza dalle cose.

È uno spazio che sfugge ad ogni sistema astratto di coordinate perché risponde solo a quella serie indivisibile di atti che consentono al nostro corpo di dislocare le cose sopra o sotto, a destra o a sinistra, vicino o lontano, ottenendo così un orientamento e una direzione. U. Galimberti – il corpo

 

Con la collega amica Vania Rigoni, della Bottega della Pedagogista, ci stiamo inseguendo in una sequenza di post attorno alla scrittura e alla corporeità, e sulla scia del pensiero di Umberto Galimberti metto in forma qualche pensiero aggiuntivo.

E lo spazio ritorna nella capacità grafica del bambino nel lasciare i primi segni sul foglio, all’inizio senza rispettare i confini del foglio, talvolta creando nuovi spazi grafici (muri di casa, divani, mobilio in genere non destinati allo scopo), dove tracciare linee piccole grandi, e segni, espressione di forza e di esplorazione, prima di accedere al disegno vero e proprio, e quindi alla scrittura.

In quell’uso dello spazio grafico, sta ancora la propria esplorazione del mondo, la scoperta infantile delle dimensioni dello spazio attorno a se, del rapportarsi al mondo, e quindi della sua rappresentazione  (grande/ piccolo vicino/lontano sopra/sotto davanti/dietro), che è geometrica ma anche impastata di vita vissuta (vicino alla mamma, sotto il tavolo, dietro al fratello).

Questo sarà tra i precursori della parola scritta, in cui narrarsi (usando diversi codici colore, forma, disegno, parola scritta) espandendo nel gesto scritto le dimensioni e la propria storia personale e la propria iscrizione al mondo.

Sarà il primo modo di lasciare il segno vissuto di sé.