senza domanda – saper stare (a scuola)

SOOTOTITOLO: contesti diversi e di quella domanda che non viene centrata fino in fondo. 

Nel corso del Worksop tenuto da me e Anna Gatti di Metas, nella cornice della collaborazione che abbiamo in essere con l’Università degli Studi di Milano Bicocca per i Tirocini Formativi e Orentativi della C.d.L Magistrale di Scienze Pedagogiche dell’Università Milano Bicocca abbiamo incontrato alcune studentesse e studenti con cui abbiamo affrontato il tema della rilevazione dei bisogni sociali emergenti. Grazie a loro abbiamo raccolto alcune osservazioni concordanti sui bambini e sulle bambine, frequentanti i diversi ordini di scuola, dal nido alle secondarie di primo grado, ma anche su ragazze/ragazzi delle secondarie di secondo grado, tutt* accomunat* da una stessa caratteristica:

la difficoltà di “stare” in aula. 

Nei giorni succesivi accidentalmente ascolto un programma radiofonico in cui una docente racconta della sua esperienza con alliev* che iniziano il primo anno di liceo, spiega che “portano con se” un bagaglio scarso, fatto di ritardi negli apprendimenti previsti per l’età scolastica; ascritto (e ascrivibile) alla pandemia. Un ritardo di saperi, misurabile in circa un anno e mezzo di pandemia, che si va ad associa ad una ricorsiva capacità di ”non sapere più come stare a scuola”.

Comincio a tirare le file di queste osservazioni, che unisco ad altre raccolte, in questi nessi, grazie ad altri contesti scolastici, e tutti sembrano riportarne un elemento ricorrente: il ritardo negli apprendimenti, imputato alla dad, e associato alla difficoltà nello “stare”.

La pandemia che ci ha tenuti inizialmente tutt* a casa, ma ha poi, in misura largamente significativa, tenuto al chiuso bambine/bambini, ragazze/ragazzi, ha determinato uno scenario mai visto prima.

Ci sono  le bimbe/ i bimbi COVID nat* nel bel mezzo dei vari lockdown, che non sono mai uscit* di casa, e non hanno socializzato con nessun altro che non fosse la coppia genitoriale o fratelli /sorelle, che hanno saltato la fase delle prime relazioni sociali, extra familiari. 

E poi si aggiunga un’enorme platea di giovanissim* privat* della vita sino a prima abituale; da essi allontana* per un tempo interminabile, poichè mai conosciuto prima, privo di una definizione conoscibile; tempo lontano da ogni contesto sociale, culturale, fiscalmente lontano da casa, e quindi un tempo senza scuola, sport, cultura, relazioni sociali familiari e amicali.

Sembra persino banale volerlo ricordare, una ovvietà fastidiosa, che un evento storico di questa portata concreta e simbolica ha lasciato alcuni segni, e segnali, che andrebbero maggiormente decifrati già ora, vista la relativa lontananza da quel primo evento. Senza nasconderci che siamo ancora in situazione pandemica, e stiamo cercando di gestire tutte le svariate categorie di esperienze, conseguenze e problematiche che si sono generate. Ma quel gestire non significa ancora comprendere, interrogare, osservare, cogliere e interrogare.

Ed é questa parte che mi pare mancare da alcuni discorsi.

Il focus che osservo sembra collocato sugli apprendimenti scolastici in ritardo sulle aspettative precedenti e che, quasi accidentalmente, si compone anche di questa incapacità di stare, spesso imputata alla Dad.

Eppure se possiamo immaginare che per le/i più piccol* sia comprensibile che la mancata socializzazione naturale e scolastica, abbia reso difficile la maturazione di quei comportamenti che insegnano loro come si sta a scuola, seduti sulle sedie, al banco, a gestire la quadratura degli spazi, dei fogli dei libri, e si impara ad acquisire i ritmi della scuola, con i suoi orari, i docenti, le campanelle che lo svaniscono;allo stesso modo sembra meno comprensibile che le/i più grandi abbiamo così rimosso improvvisamente tutto quel saper stare a scuola, e siano così refrattari a rivivere in quelle geometrie scolastiche. 

Per alcun* più grand* si tratterebbe della maggioranza della propria vita passata – anche –  in aula; ci sarebbe quindi un lunghissimo periodo e un sapere ad esso connesso he sembrebbe essere stato azzerato o riusulterebbe difficile rimettere in azione.

Certo è che in questo scenario io vorrei cercare alcune domande, che possano sposttare l’asse osservativa dalla dimensione quantitativa dei saperi mancanti, e da recuperare, a quella esperienziale, a quella empirica. Cosa ci dice questa fatica dello stare/sostare? 

ETIMOLOGIOCAMENTE     Sostare – stare fermi – stare sotto – stare saldi. 

Che apprendimenti diversi ci sono stati, tali che oggi riescono a rendere la scuola/le aule luoghi dove si sta con irrequietezza? 

Che nuove posture sono state assunte, che distanze relazionali, che autonomie, che scoperte, che tempi del fare e del non fare?

Che responsabilità sono state attribuite nel dover “restare” a casa, perchè più rischiosi come mezzo di contagio, e per proteggere gli adulti che invece andavano nel mondo, dovevano andare, nel rischio, ma anche tornare ad una certa socialità lavorativa o logistica (fare acquisti), seppur blindata delle mascherine? 

Accanto a questo sento il bisogno di trovare domande anche per noi adulti, di cui ne sento un profondo bisogno. Ho bisogno di domande che mi permettano di dare ossigeno a questo attraversamento pandemico, ai nostri apprendimenti, ai bisogni, alle  narrazioni che stiamo facendo, alle consapevolezze che maturiamo, se lo stiamo facendo. 

Forse perché il mio bisogno di dare forma a questa esperienza, farne narrazione, e storia, consapevolezza, pensiero, scelta, è un bisogno vitale e profondo di significati, di ricerche di senso. Perché questa assenza di domande soffoca l’aria che respiro, e il mio pensare.

Nominare male le cose, è partecipare all’infelicità del mondo.
Albert Camus

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