Senno, senso, e narrazioni collettive

Ho un dovere narrativo verso alcune professioniste che ho incontrato nei cicli di supervisione Metas di quest’anno, perciò voglio di restituire pubblicamente un aspetto prezioso, accolto in questo spazio generativo di cura attorno ai pensieri professionali, già pensati o da pensare.

Ecco quanto.

Ci sono servizi socio educativi e sociosanitari che hanno dovuto continuare a rimarcare confini netti alle possibilità di incontro, alla libertà di azione, o al ritrovamento tra corpi, affetti significativi, della propria utenza; mentre attorno tutta una parte di mondo si è mosso e si è narrato come nuovamente pronto alle riaperture. Un mondo, spesso rapido nel ritrovare più ampi margini di socialità, e alcun* si sono legittimat* a vivere un “liberi tutti” che è interpretato letteralmente, in una dimensione sconfinato, a volte disattenta.

radici photo mcmassola

In questi servizi gli operatori, (nello specifico educatrici professionali e educatori professionali) hanno dovuto continuare a curare le restrizioni. Alcune ASL/ATS, o le organizzazioni che gestiscono tali servizi hanno scelto di interpretare più severamente i protocolli anti COVID. Altrove è stata la fragilità connaturata all’utenza ad imporre il prevalere dei protocolli sanitari. Ed è stato in questo frangente che i ruoli educativi hanno dovuto curare il senso, il significato del termine e delle azioni restrittive; costruendoselo in solitaria, nelle supervisioni, nella dimensione dell’equipe, o cercandolo giorno dopo giorno, in se, nelle parole, nei pensieri.

Abbiamo riflettuto, anche nelle supervisioni sulla differenza che è esistita tra due momenti diversi, di questo anno e mezzo, in cui è stato necessario dare diverso valore alle parole usate per accompagnare (e accompagnarci) nella necessità di non uscire, proteggere, proteggersi.

Il primo momento, che è iniziato a marzo 2020 ha ricevuto una narrazione é stata relativamente coerente, tra ciò che accadeva nei servizi, e ciò che accadeva nel mondo. I media, tv, radio, internet, e le esperienze personali, le storie piccole e grandi, creavano una tessitura narrativa che sosteneva al tenersi “tutti al sicuro”.

Il secondo momento è stato caratterizzato dall’arrivo dei vaccini, dei tamponi, delle differenti zone di riapertura, e la narrazione è cambiata. Molte e molti hanno ritrovato la dimensione dell’essere o sentirsi liber*, le restrizioni sono apparse più soffocanti, insensate, poco sostenibili. Le televisioni hanno di nuovo mostrato folle di nuovo fuse in un corpo a corpo liberatorio…

Ma questo non è accaduto ovunque e ci sono luoghi che non hanno mai “riaperto”. I sopra citati servizi e utenze sono rimasti separati, non sono tornati alla normalità precedente, in alcuni casi sono rimasti il plexiglas, i vincoli, le mascherine, ma soprattutto le relazioni affettive vincolate da tante regole protettive.

Gli anziani e le anziane a volte segnat* dalla fatica di vedere solo a distanza i familiari, in una fase della vita il cui tempo diventa più prezioso e breve, e chiamati a convivere con un livello di protezione limitante lo spazio di vita, la scelta, la possibilità, le uscite e le relazioni. Sintetizzato con una frase fondamentale: ” Perché non posso stare con mio figlio?

Altrettanto è accaduto con gli e le adolescenti delle comunità minori, ancora capaci di rivendicare con forza, con educatrici ed educatori, il loro spazio di libertà che viene altrove concesso, mentre i protocolli a loro lo limitano. Pretendono risposte, di trovare un senso e un senno, non così facilmente individuabili anche dalla figure educative. spiegare che la ASL li vuole tutelare non è sempre facile. “E le folle delle partite? Perché non anche io, perché la mascherina in comunità? Voglio andare in piazza a festeggiare!”

Nello spazio dell’equipe si cerca di costruire narrazioni sostenibili, capaci di dare senso senso, o possibili metafore di un “qualcos’altro” che possa essere imparato/insegnato; parole utili da mettere in gioco durante le ore di turno, e alcune più sensate, da offrire alle persone anziane, ai familiari, minori, genitori, e anche per se.

La supervisione è un altro luogo ove interrogare e confrontare sguardi, parole, significati, nessi che si colleghino al mondo esterno, che è complesso e non sempre mostra la capacità di attraversare la crisi, o non offre sponde e narrazioni cui appoggiarsi.

Un mondo così complesso, davanti ad una situazione impossibile da immaginare, non può avere narrazioni sofficienti pe tutto: esso stesso forse non sa come comprendere l’insensatezza, l’incoerenza, la divergenza, l’impensabile.

E allora come possono agire gli operatori e le operatrici? Se non partendo alla ricerca di un senso? Ecco che allora la direzione di sguardo che (ci) occorre si colloca nella ricerca di significati da trovare per se stess*, per la propria utenza, per i contesti con cui operano.

Educare diventa trovare un senso dove ancora non c’è, insegnare nella insensatezza, proteggere e creare gli spazi in cui le persone ricerchino il senso di se e dell’esperienza che stanno/stiamo attraversando.

I servizi per paradossale necessità diventano luoghi di saperi altrimenti non elaborabili,  “quando si verificano momenti di crisi in cui il senso di familiarità viene meno, gli esseri umani sono sfidati ad andare oltre le proprie risposte abituali. Lavorare su questi momenti di crisi può consentire alle persone di mettere in discussione e trasformare i codici di comprensione e interpretazione acquisti durante l’arco di vita”.*

Sta a noi farne narrazione, mostrare la fatica, e il dolore, il processo e le risposte, perché non solo non siano dimenticati, ma diventino insegnamenti collettivi.

Occorre raccontare al mondo ciò che non si vede, ciò che impone la pandemia: la tutela, la protezione, le lontananze, la restrizione dello spazio, e la ricerca di parole assennate, condivise, importanti per come esse aiutano ad attraversare i momenti confusi e incoerenti.

 *FONTE www.edaforum.it   vol. 17 n. 38 (2021) I fondamenti dell’azione educativa: epistemologie professionali tra passato e futuro” pp. 206 – 219 “attraverso la crisi, progettare contesti di apprendimento e trasformazione a partire da pratiche professionali di resilienza” di Antonella Cuppari Università Milano Bicocca

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