Abitare organizzazioni incolte

Mai come quest’anno ho incontrato, nel corso delle supervisioni che fatto, operatrici e operatori che lavorano in tante organizzazioni diverse, e che a vario titolo (e ruolo) hanno portato negli incontri la fatica di lavorare in servizi e organizzazioni “incolte”, per questo incapaci di comprendere ed utilizzare il setting pedagogico che educatrici ed educatori professionali, pedagogiste e pedagogisti, istituiscono e costituiscono quando entrano a lavorare in ambiti che “non sanno” cosa siano educazione o pedagogia. O che dei ruoli educativi e pedagogici hanno una visione parziale, incompleta, incolta.

In alcuni casi i servizi, gli enti, le organizzazioni sanno che esiste quella professione, e come deve essere assunta/o una educatrice/pedagogista – educatore/pedagogista inteso come ruolo formale, come tipologia di inquadramento, ma non hanno compreso in che modo essa si esprima realmente quella specifica professionalità. Così la asimmetria tra conoscenze generica delle scienze educative e pedagogiche, e e quelle reali possedute da professioniste e professionisti permettono di chiedereadattamenti e torsioni in una serie di mansioni inproprie o estremamente faticose, perchè chi organizza e definisce il lavoro non è preparatǝ (in tal senso incoltǝ), non è formatǝ o non è aggiornata a rapportarsi con il sapere che le persone portano nel lavoro.

Il livello formativo delle persone incontrate è mediamente alto, spesso il titolo minimo di studio è la laurea magistrale, a cui si affiancano altre formazioni (master, corsi di alta formazione, formazioni integrative, pertecipazioni a convegni, ruoli formativi, ruoli di supervisione). Mentre le richieste che poi vengono fatte quando si sta nel ruolo sembrano non riuscire ad integrare e consentire l’alta professionalità che invece è presente.

Qualcunǝ racconta di stare ancora costruendo alcune legittimità di presenza, creando spazi (es ufficio educatori) di incontro, di riunione, destinati alla riflessione che prima non esistevano, la possibilità di avere uno spazio fisico proprio, legittimabile grazie al cartello che ne definisce l’uso e istituisce il fatto che chi educa necessita di un luogo reale e una tempo per le azioni riflessive. Altrǝ creano micro setting pedagogici con l’utenza, e esercitano pienamente il loro lavoro, consapevoli che devono (o possono) lavorare nell’estemporaneità, perchè la dimensione pedagogica è ancora carsica, perchè il servizio o l’organizzazione non sono preparati, ritorna il tema dell’incolto del non sapere, del non saper riconoscere le necessità e le matrici educative pedagogiche insite nei luoghi educativi, formativi, e dedicati all’istruzione.

A volte anche i territori (in questo caso intesi come reti di servizio, luoghi, organizzazioni) più colti, sensibili e capaci di essere e praticare educazione e pedagogia, mostra ancora sacche di fatica nel saper incontrare pienamente tale professione, in tante e tanti ancora raccontano la perplessità che sorge attorno al ruolo asimmetrico cui vengono assegnate/i nei luoghi di incontro, come se portassero una sapere asservito e ancillare e non un sapere competente e sinergico, trasversale e complementare.

Ovviamente questo apre alle molte domande che pongo a me stessa e alle colleghe e ai colleghi quando le apriamo, negli spazi di supervisione. In parte mi è possibile restituirli contestualizzati, e valorizzati nella misura in cui possono essere colti come capaci di lasciare segni precisi della marcatura educativa pedagogica, che si crea negli spazi di interazione e intenzione con le varie tipologie di utenze, che afferiscono ai servizi socio educativi e socio sanitari, e formativi in senso lato. Ma questo ovviamente non esaurisce il problema, che resta questo come facciamo a fare cultura, a rendere – per l’appunto – meno incolte organizzazioni, servizi, e tutti quei luoghi che ci impegnano come professioniste e professioniste dell’educazione e della pedagogia, siano essi luoghi che formano, che insegnano, che si occupano del fare crescere ma che ancora non riescono a imparare ad imparare l’intreccio multidisciplinare.

In tempo di pandemia, questo per me è un tema particolarmente sensibile e ricorsivo, ovvero sia come sia possibile contribuire a rendere sempre abili e consapevoli dei processi educativi, luoghi e persone, perchè questo costituisce la possibilità di affrontare un mondo complesso e mutevole, dove sapersi muovere è connesso al saper imparare di dovere sempre imparare.

NOTE

Il post utilizza nei limiti del possibile definizioni di genere allargate, evitando quanto più l’uso del maschile sovraesteso, e in qualche caso sostitueneo maschile e femminile singolare con lo schwa (ǝ)

Immagine in evidenza: tratta da Immagina di Emily Winfield Martin – Terre di mezzo editore

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