Di cotanto peso – 1 –

Si parla di peso, e di anoressia.

Non ne ho mai parlato qui con estensione, perché il blog è professionale, e perché, quella dell’anoressia, fa parte delle storie personali che è strano affrontare. Va trovato il giusto registro narrativo, tra sfumature intimistiche e riflessioni di maggior respiro, va trovato un tempo adeguato per scrivere, per non aprire capitoli che rischiano di confondere invece di aprire pensieri. Ci va cura e delicatezza.                                         

Lo stimolo a scriverne viene da un collega, che si occupa di supportare giovanissime donne e ragazze che si procurano mutilazioni al corpo, e il cui trattamento passa dal corpo.                                

Demetrio Conte, si chiama e qualche settimana fa mi ha chiesto: “ma non ne hai mai scritto?”.  “No”. Ci provo, ora.

 mi sembra difficile, ma provo a cercare le parole e lo sguardo più adatto a scrivere la storia del corpo, che prima viene negato, ma che combatte e conserva quella capacità di rivendicare con forza se stesso, per ritrovarsi con pienezza.

Il dato storico relega gli esordi della mia storia anoressica attorno ai 20 anni, e la casualità che ha permesso di ritrovare un rapporto più comodo con il corpo, si colloca attorno ai 26/27 anni. Da lì e negli anni a venire è seguito un lavoro come psicomotricista, e poi educatrice professionale, due maternità in età adulta, e quello che definirei un rapporto fiduciario con un corpo che ancora a 52 anni si mostra solido e affidabile. Insomma una buona convivenza, fatta certamente di luci ed ombre, e di cure e attenzioni a quella parte più complessa che ha dato origine a quel rapporto faticoso con il cibo.

Ma qui, sul blog a taglio pedagogico, so che può valere la pena di tentare di scrivere qualcosa di diverso dalla mia specifica storia; in cui tentare di andare oltre alla sterminata letteratura in materia. Ciò che per me è stato significativo nel momento della svolta dalla me anoressica, alla me intera. Un passaggio di formazione, uno step di crescita.

Il passaggio è avvenuto al primo anno del corso triennale di educatore professionale/psicomotricista iniziato nel 1989, a Milano. Il corso era strutturato in modo da affiancare ad un robusto impianto teorico* (vedi nota) ad una parte formativa a mediazione corporea** (vedi nota)  altrettanto ben strutturata.

Il setting era particolarmente severo, e così le regole di ingaggio; la scuola è stata selettiva per tutto l’intero triennio, sia a livello di formazione teorica che a livello corporeo. Il corpo chiamato in gioco, doveva esserci in ogni istante, perché il nostro futuro professionale avrebbe dovuto tradursi nella capacità di essere corpo e partner simbolico per la crescita, per la cura, per la terapia dell’incontro con l’unicità/unità psicomotoria dell’Altro.

In quel setting, tanto profondo da essere (sembrare) un’analisi, ha ribaltato la mia e le altrui esistenze – dei tanti compagni di corso – andando ad esplorare le percezioni e le consapevolezze che guidavano il nostro essere corpo. Ci ha interrogato profondamente nel nostro essere corpo/avere un corpo, nel nostro originale e originario modo di muoverci, comunicare, pensare le azioni, godere del movimento, affrontare i timori. Ogni e volta i docenti, implacabili ci fermavano nel posto in cui eravamo, obbligandoci ad ascoltare tutto ciò che il nostro corpo sapeva di noi stessi, sin dagli albori della nostra vita, e cogliere ciò che mostrava a noi stessi e agli altri. Ciò che le parole non potevano dire altrettanto chiaramente. Il corpo  sa prima e dice prima, non resta imbrogliato dai capricci intellettuali della mente.

In quel setting, il mio corpo è stato vittima di quella che mi piace immaginare come una bellissima truffa.

In un paio di mesi il cibo non era più un nemico, o ciò che solo sapeva rendere silenziosa quella mente in affanno emotivo, ma era una necessità, era la fame atavica di conoscere e sentire, fin in ogni fibra, ciò che era depositato in quella dimensione che si chiama vivere e sentire, e era stato così silenzioso sino ad allora.

Era la ricerca del nutrimento che nasce nelle azioni, e nel movimento, il sapore dolce e asprigno dell’incontro con gli altri,  il gusto ferroso della paure che si scioglievano, la gioia leggera della danza e del coraggio che prendeva forme e colori. Ed è stato, poi, anche la scoperta continua dell’altro, degli altri, delle alterità comunicative, delle loro faglie corporee, ognuno sbaglia ed è fragile. Ognuno comunica, come può e come sa. Il corpo ci racconta unitariamente, se libero, con una unica melodia, oppure con un suono ancora stonato e da sgrezzare. Nostro, unico, bello.

Da lì, da quel setting: uno spazio/tempo curato e protetto, regolato da quelle regole così severe, condotto con una cura mai imprecisa, munito di parole definite e chiare; quel gruppo di docenti, certo poco inclini alle smancerie, ma sempre attenti a ciò che era “cura”.

Lì, in quel preciso istante, dopo due mesi dell’inizio del corso il mio corpo si è ripreso quel che era suo. Prima circa 10/13 chili mancanti poi una tridimensionalità espressiva, che chiede, ancor oggi, in  ogni giorno attenzione, tempo, ascolto e cura.

Unico modo di essere – al mondo – in pienezza.

Emma
Emma – foto Monica Massola

Un grazie a posteriori in particolare  va a

Mario Groppo

Valeria Piardi

Grazia Mancini

Lucrezia Bravo

Luciana Vigato

Grazia Wolksgruber

Luigi Morini

e a tutti gli altri

 

NOTE

________________________________________________

*garantito dalla sede del corso e dai partner istituzionali – Fondazione Don Gnocchi – Università Cattolica di Milano, C.I.R.E.P.- Centro Italiano Ricerca Educazione Psicomotoria)

** psicomotricità educazione e terapia, danzaterapia, laboratori sulla comunicazione non verbale, tecniche di rilassamento, musicoterapia, arteterapia, teatroterapia – nell’area della formazione corporea

 

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