Un organizzazione non può perdere la rotta professionale

Un collega che coordina un servizio per anziani, mi racconta avvilito, della mole di lavoro burocratico che si è visto scaricare addosso dalla organizzazione per cui lavora. Il fine d’anno non solo ha una funzione simbolica per tutti noi, ma anche ha una funzione di sintesi e chiusura amministrativa, economica, burocratica; di fatto si conclude un anno di lavoro, lo si rendiconta, e talvolta lo si valuta e riprogetta sia in termini organizzativi, che progettuali, e di significato. imagesMa a volte le richieste burocratiche assorbono tutte le energie, il tempo e i pensieri di chi coordina, a volte anche quelli degli operatori richiamati a rendicontare molte parti del proprio lavoro.
Nel frattempo nello stesso servizio, e la stagione fredda non aiuta, due persone anziane si spengono, e un altro utente viene accolto nel servizio. Così si deve assommare la mole di lavoro burocratica, alla preparazione dei festeggiamenti natalizi, alle gestione delle vacanze degli operatori, all’accoglienza di una persona che per la prima volta lascia la sua famiglia. E un buon coordinatore sa a cosa deve prestare cura: deve sapere e volere costruire un incontro, di tutto il servizio, con una persona che dopo una intera vita, deve cambiare la sua esistenza in modo radicale; deve affiancarsi e dare senso alla fatica dei familiari che sono arrivati a questa scelta, mostrando e spiegando come quel luogo ospiterà quella persona sino al termine dei suoi giorni. Prefigurando a tutti, non meno che a se stesso, che il tema della fine e della morte definiscono il cambiamento che quella famiglia sta attraversando. Ancora più evidente risulta l’accompagnamento delle persone nel momento della loro morte, che si deve fare non solo accudendo i corpi ma anche le emozioni dei familiari, nella loro complessità; e che va costruito proprio nel momento in cui tutti gli altri si stanno impegnando per rendere il Natale un momento festoso ed accogliente, che possa addolcire la sofferenza di tutti non essere (più) a “casa propria”.

Questo è il lavoro di coordinamento pedagogico di un servizio, questo è l’incontro professionale con l’umanità che si incontra nel servizio, e che va reso significativo proprio in base alla tipologia di utenza e di servizio che si coordina. Utenti, vita, morte, inserimenti, dimissioni, decessi non sono solo numeri organizzativi, ma sono parte fondativa del tessuto sociale che ci sostiene e ci significa tutti, come esseri umani. Un servizio alla persona non può perdere questo valore, e l’organizazzione che lo gestisce dovrebbe avere questo come primo sguardo intenzionale e diretto. Dovrebbe poter chiedere, ogni fine d’anno ai suoi coordinatori, agli operatori, se le persone sono state davvero accompagnate in quel servizio, in quella storia, in quella parte della loro vita, o sono state solo numeri da rendicontare …
L’evidente asfissia e sofferenza professionale del collega, costretto dalla burocrazia a non prestare sufficiente cura al suo lavoro di cura, mi ha mostrato quanto già sapevo, ossia che quando una organizzazione del terzo settore comincia a dare più valore alle necessità burocratiche, pure nel loro essere necessarie e fondamentali, che non al suo oggetto intenzionale – il prendersi cura -, possa dirsi “morta”.
Quando una impresa dedita alla cura delle persone, sia essa educativa, sanitaria, sociale etc, consuma il suo mandato originario (stare bene delle persone, tra qualità di vita, senso e significato dell’incontro tra operatori e l’utenza), lo organizza, lo burocratizza, lo struttura, lo monitorizza, lo certifica con la qualità, lo gerarchizza, ne fa un modello sociale e aziendale di impresa, rischia di perdere e fagocitare il significato iniziale per cui era nata. L’organizzazione diventa il vero oggetto intenzionale dell’organizzazione, cioè il prendersi cura di se stessa, delle sue dinamiche formali, strutturali, economiche; ma dimentica che il suo vero prodotto erano le relazioni umane.
E’ evitabile questa deriva organizzativa? E’ possibile tenere in asse le due necessità: laddove l’organizazzione riesce ad organizzare, organizzandosi ma perde in umanità professionale (azioni, prassi, pensieri, luoghi e tempi per pensare al proprio mandato di lavoro originario)? Ovviamente si. Si tratta di pensarsi in un progetto formativo che insegni a non perdere la rotta.
Ma occorre chiedersi che tipo di formazione deve attraversare tutta l’organizzazione, affinché questo accada …

Già pubblicato su facebook in data 5 gennaio 2015

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