questioni di “vision” – frammenti di conversazione

dal un post del mio profilo Facebook

“#pedagogia #terzosettore #educazioneprofessionale mi piace immaginare un futuro in cui i servizi, le cooperative cercheranno coordinatori pedagogici, o capi area come si cercano i professionisti nelle mondo aziendale, senza badare al risparmio, cercandone le competenze, e magari scegliendoli anche per il profilo etico e le capacità di comunicare in modo transdisciplinare, e per la capacità di progettare, di innovare e avere una vision nuova dei bisogni dell’utenza di cui prendersi carico. … Troppo?”

Questo post, dopo una pubblicazione su Facebook, nasce grazie ai pensieri  ritrovati nei commenti di amici/colleghi, in particolare di Christian Sarno (che potete leggere nel suo Blog) che ha introdotto una precisa visone del mondo della cooperazione sociale da chi la vive nel suo interno, e di Vania Rigoni  (leggetela nel suo blog) che ha introdotto lo sguardo di chi esercita la libera professione, che però non sarà trattata in questo post, ma indubbiamente ha il merito di avere introdotto uno sguardo critico più esterno, sulle modalità di progettare i servizi che offrono la professionali pedagogica e/o educativa.


“Io invece spero che i servizi alla persona ritornino a pieno nella gestione pubblica, trattandosi di pubblico interesse….ma questo si che è davvero troppo!” Roberta A.

“Ad oggi secondo me solo in parte e solo se le cooperative potessere investire con tempi più lunghi. Bandi di 10 anni, per esempio. Se il bando è di due anni come faccio a investire su una figura “alta”?”

“Il problema è che chi assume coordinatori di solito non è una azienda e in quanto tale ( ma una cooperativa ) che spesso non è nelle condizioni di poter decidere il valore economico del professionista non avendo finanziatori dietro. Il costo costo/valore del coordinatore ( come dell’educatore ) lo decide il prezzo dep bando. La cosa però, in un mondo differente dovrebbe accadere anche per gli educatori e le educatrici allora. Detto questo, e tu lo sai, in alcune cooperative questo succede. Ma che te lo dico a fare. In questo senso il tuo sogno non è troppo. È solo irreale . È un sogno che trova qualche volta qualche traccia di realtà. Quelle tracce solo alcune cooperative. Solo alcune.”

“La percezione c’è.
Il problema è che per ora nessuno è considerato insostituibile per le competenze che ha.
Riflette lo scarso valore che assume il lavoro educativo .
Cosa succede se le cose son fatte in modo sufficiente o eccezionale?
Chi si accorge?”

“Il problema è che chi fa i bandi deve stare attento ai costi e allora tira e stringe. La conseguenza è che si ristringono anche gli spazi per le cooperative. Il discorso della libera professione è un’altra roba. Se mi propongo come consulente faccio io il prezzo e la cooperativa deciderà se li valgo.
Se parliamo di progettazione e soprattutto di coordinamento ( il post di monica citava le figure di coordinamento ) allora il discorso è differente.
Dovremmo anche liberare le dirigenti dai bandi, permettergli di scegliere i loro gestori senza menate, fidandoci e chiedendo che vengano esplicitate le valutazioni e rese visibili le modalità di scelta.
Oggi capita che per questioni che non attengono alla qualità della gestione si possano perdere i bandi. ( ribassi, invenzioni negli elementi migliorativi, ec ).
Oggi il costo del coordinatore è esplicitamente dato nel bando e c’è poco da giocarci dentro, insomma.”

“Le cooperative non possono essere partner di chi li finanzia. Non nel senso vero della partnership. A volte lo sono, ma è una finta partnership perché sono gli enti locali che ti danno i soldi. Oppure i soldi arrivano dall’asl o da regione che son sorelle dell’ente locale e non della cooperativa. Ciò che dici succede, solo tra le cooperative in alcuni bandi dove è maggiormente possibile sperimentare, investire su profili “alti e altri “.Il problema , in sintesi, non è se le cooperative possono fare l’impresa, ( alcune ci provano ), ma se lo possono fare in modo equo e etico e se lo possono fare in una condizione di costante subalternità verso gli enti locali.
Il problema, cari miei, è quasi tutto qui.
Il nostro è uno dei pochi settori, che è in modo prevalente finanziato dallo stato inteso come regioni, comuni e provincie) a cui non è possibile utilizzare modelli di riferimento tipici di altri settori.
Forse l’errore del ragionamento iniziale di Monica Cristina Massola sta qui. Ovviamente il disco cambia se parliamo di rapporto tra consulenza /educazione e privati.
In quel caso si, le logiche forse sono più simili a quelle del libero mercato. Più vali , più ti pago.”


 

E’ possibile promuovere una vision altra da questa?
E’ possibile eludere i vincoli che stringono il terzo settore in un angolo, senza margini di libertà, senza possibilità di innovare, di scegliere le professioni, di fare impresa in modo nuovo e creativo.
E’ possibile pretendere di lavorare, così come nel mondo profit, con i professionisti (non i liberi professionisti, le partite iva) ma con chi intende prestare al proprio titolo di studio la massima espressione di professionalità, eticità, qualità possibile.
E’ possibile che l’utenza dei servizi che incontriamo non abbia il diritto di ricevere le migliori pratiche di “cura” (accudimento, istruzione, formazione, educazione, programmazione di atti educativi e progettazione di servizi adeguati ai cambiamenti che intercorrono)?
Come è possibile accettare che i professionisti dell’area educativa siano vissuti per essere così intercambiabili, sostituibili, irrilevanti e che non apportino mai alcuna differenza in ciò che fanno? (Il mondo profit sa bene il valore di alcuni manager o tipi di management)
Come – e se –  sia possibile mostrare esattamente la qualità del lavoro educativo e pedagogico (attorno alla qualità che emerge dai vari sistemi di certificazione ne scriverò ancora)?
Qual’è il nocciolo della professione educativa? Cosa permette quando è svolta al suo meglio nelle pratiche, nelle teoresi sottostanti? Un professionista dell’educazione o un altro è davvero così irrilevante?

Cito un aneddoto che mi ha colpito per la sua “originalità”: per la prima volta nella mia vita professionale (circa 25 anni) sono stata chiamata ad un colloquio di lavoro in virtù delle mie competenze, del titolo, della professione, del sapere teorico specifico maturato e interconnesso ai servizi incontrati, e alle realtà organizzative in cui avevo operato.

Ho avuto la sensazione di essere stata scelta, con cognizione di causa, per quel colloquio, e ritengo che in condizioni ottimali l’incontro lavorativo successivo avrebbe avuto esattamente quel valore di scelta reciproca di qualità.

Nel terzo settore un incontro di selezione, raramente, si concretizza in qustomodo, per le ragioni che sono sopra esposte con estrema chiarezza; e se non fosse per il passa parola non si saprebbe dove trovare la qualità degli operatori che servono per un servizio specifico.

In rari casi si sceglie un coordinatore (pedagogico) o un capo area proprio in base alle sue competenze specifiche, selezionando una persona pensata come “professionista”, perché si ha l’idea che proprio quella persona possa dare un impulso nuovo, importante e significativo al servizio o all’area.

Il recente convegno dell’università Bicocca ci si chiedeva se il mondo professionale dell’educazione stesse facendo ritirate strategiche o se stesse assaltando il cielo … ..

cambiare queste “vision” vicolate è un assalto al cielo, ma come è possibile farlo?

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