Mobilita’ (educativa) sostenibile … Chi guida oggi?

Con questo post si apre una nuova categoria, per mettere il luce le dis-connessioni (o le connessioni) tra i luoghi dell’educazione e le logiche politiche/economiche che interagiscono nelle definizione dei servizi educativi

La mobilita’ sostenibile non e’ solo il problema di molte citta’ ma e’ anche un tema che occupa i pensieri di chi esercita l’educazione professionale, in particolare nei servizi rivolti ai disabili e ai servizi domiciliari. Ovviamente la definizione di mobilità sostenibile viene usata in modo improprio e per definire una questione diversa.

pullman

Questa e’  una mobilita’ che si rende necessaria nell’attuazione del proprio lavoro, ovvero da quando gli appalti che affidavano i servizi diurni disabili alle cooperative sociali, hanno reso praticamente obbligatorio trasformare gli educatori “in autisti” in pectore per assolvere ai servizi di trasporto casa-servizio degli utenti e viceversa. Laddove in trasporto pubblico, volontario, o familiare non se ne possa occupare.
Ma se la delega al trasporto, osservata dal punto delle famiglie,  rientra nella logica del consentire il recarsi al lavoro, e quindi fa parte del diritto al lavoro; la stessa logica di delega degli enti appaltanti non e’ così semplice o univoca.

Sebbene sia evidente e “necessario” che i comuni in asfissia economica deleghino alle cooperative (o chi si occupa della gestione del servizio) il servizio di trasporto, e  che le cooperative in analoga asfissia deleghino agli operatori una mansione (trasporto casa servizio) che non coincide con il loro ruolo e la  professione/formazione – educativa-.; altresì non sembra possibile immaginare una soluzione diversa che rendere un operatore multiforme, e flessibile nel suo lavoro.

Eppure un educatore non e’ un autista e viceversa. Sembrerebbe lapalissiano eppure non lo e’ affatto.

Ma passiamo ad alcuni servizi per i minori (ADM, comunita’) in questo caso la guida e il trasporto avvengono come parte del lavoro, l’educatore porta il minore in diversi luoghi, riempiendo il vuoto gestionale (legittimo, necessario, sostanziale o meno) della famiglia; permettendogli così di esplorare nuovi territori, esperienze, luoghi, di raggiungere altri spazi di socialità e di crescita.

Nel primo caso il vincolo rende evidente come manchi una cultura pubblica del ruolo professionale di una/un laureata/laureato in scienze dell’educazione, la conoscenza delle sue mansioni, del suo mandato preciso, e la necessita’ di usare una professione all’interno dei vincoli che essa ha. Una mancanza tutto sommato seria, tal punto che puo’ fare anche un altro lavoro: l’autista. Mentre e’ probabile che un educatore non potrebbe in modo altrettanto informale fare un lavoro alla guida di uno “scuola bus”. E nemmeno un dentista, un avvocato, un geologo farebbe il servizio si trasporto ai suoi clienti.

Nel secondo caso la guida, e’ un vincolo meno pressante, per accompagnare un minore a fare esperienza del mondo, e’ possibile usare un mezzo a motore, una bicicletta, un tram, un treno.

La questione e’ annosa: quella dell’educazione come professione tappa buchi, deprivata nel suo mandato sostanziale.

E se l’educazione e’ di tutti, del vivere stesso, l’educazione professionale no. Possiede temi, prassi, vincoli, strutture sue proprie, che arrivano dalla formazione, da studi precisi e dall’esercizio professionale.

Come coordinatrice sono chiamata a presidiare i vincoli di tema dell’educare, a restituire il senso delle azioni, non meno che a riconnettere la prassi con i vincoli espressi delle organizzazioni che governano il servizio.
E restituire a tutti il senso del “dover” fare alcune parti irrinunciabili del lavoro, ma che non attengono alla professione educativa, ne possono farne parte.
Il servizio trasporto casa-servizio, nelle condizioni in cui viene proposto, fa parte integrante dei vincoli organizzativi, legati alle logiche degli appalti, dipendente da meri fattori economici, e non potrà o dovrebbe esser rivendicato come valore educativo, come significativo della professionalità o di un tempo educativo.

Ci sarà da chiedersi, e lo potranno fare tutti gli educatori, come debba essere restituito ai committenti il significato di fare un lavoro improprio; come vada spiegato alle famiglie, ai coordinatori e alle cooperative, Indicando a tutti quale valore sociale abbia il sacrificio di una parte del proprio lavoro, per una scommessa persa da altri, e per una disattenzione nel considerare la funzione educativa come tappabuchi di second’ordine.

Sarà particolmante significativo, in questo momento storico, osservare come chi si occupa quotidianamente di educazione vorrà provare a rivendicare i propri legittimi confini professionali. O se vorrà restituire smalto ad una scelta “non scelta” ma rispondente ad un beneficio collettivo, ma auspicabilmente solo se o solo quando ne dovesse valere la pena.

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