L’OTTO marzo (educativo) ogni giorno

PREMESSA

All’inizio … un tot di anni fa, pensavo che l’educazione fosse semplicemente l’atto di educare qualcuno.

E nei primi anni di lavoro mi sembrava che questo atto fosse sganciato dal contesto, e dal tempo. Poi lavorando nei servizi domiciliari, è stato necessario cominciare a focalizzare le differenze di contesto, di spazio e di tempo, quali variabili significative nell’interazione con i ragazzo/bambini che incontravo, e per comunicare con le loro famiglie.

Quella sorta di bolla educativa primigenia non apriva ad una serie di dubbi e domande, una fra la tante era sulle differenze di genere. Mi sono trovata in vari contesti lavorativi o formativi in cui non ci si ponevano domande sulle differenze tra l’educazione al femminile o al maschile, e su che cosa cambiasse se un atto educativo era agito da un uomo o da una donna. Spesso nelle equipe si lamentava l’assenza di educatori uomini, o nei servizi si osservavano differenze a seconda della composizione, ma questo non generava domande di senso. Avevo la sensazione, confermata dal mondo educativo attorno a me, che non fosse così rilevante.

Come se l’educazione fosse priva di alcuni colori e sfumature particolari.

Solo l’esperienza e il tempo hanno cominciato a definire ulteriormente, a specificare che cosa fosse “dell’educazione”, considerandola a partire dal luogo in cui essa avveniva, dai temi che si potevano trattare a seconda della tipologia di servizio o di utenza, delle professioni e dei ruoli che si incontravano; riflettendo sui significati che si generavano a seconda del ruolo esplorato, o se l’abitare quei luoghi di educazione o formazione fosse fatto come  “fornitore” di educazione o come “fruitore” di educazione.

Questo ha permesso di andare a ricercare i nodi dell’educazione,  e la riflessione si è necessariamente colorata di altre declinazioni.

Uno degli snodi interessanti riguarda l’educazione di genere.

Nel senso che non è irrilevante il genere, e nemmeno come le strutture educative si conformamo a seconda di chi vi abiti o eserciti un ruolo di fornitore di educazione.

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Tutta la nostra esistenza è caratterizzata da processi di formazione ed educazione continua su cosa “sia” essere donne o uomini, e cosa sia pertinente all’essere donne o pertinente dell’essere uomini, spesso aiutando a definire alcune azioni, altre volte rendendole stereotipate. E quindi anche quali gesti debbano (dovrebbero/dovranno/potrebbero/potranno) appartenere alle azioni educative, di un operatore maschio o una operatrice femmina…. Comincerei però con il primo vincolo, per me è possibile esprimermi tanto grazie alla mia specificità formativa e professionale e quanto a quella di genere, perché ciò che mi è stato insegnato è stato vincolato e veicolato anche dalle differenze di genere, nelle sue potenzialità e nelle sue derive. Ed è da questa parzialità che provo a lavorare sulle derive del mio lavoro.

Oggi mi accade di soffermarmi sulle differenze di genere e sul coordinamento, e quali possano essere differenze tra l’essere un coordinatore uomo o coordinatore donna, e come esse possano esprimersi. A partire dal servizio in cui attualmente opero, mi sembra importante, lavorare sulle derive educative che si producono in un servizio destinato primariamente alla cura/accudimento ed erogato da una maggioranza di donne.

Qual è la deriva culturale dell’educazione al femminile che si va specificare nella conduzione di un centro diurno disabili?

L’approccio prevalente è quello che riguarda processi di educazione a partire dal puro accudimento, poichè – spesso – le persone disabili in un CDD hanno bisogno di cure primarie ed è quasi inevitabile che venga non solo fornito un alto livello di attenzione alla cura. Eppure la deriva è che esse diventino l’approccio e lo sguardo prevalente. Cura, accudimento, protezione, maternage. Inoltre l’approccio al maternage si sostanzia anche grazie al gran numero di operatrici donne che lavorano nel settore.

Si aprono quindi altre domande e digressioni.

L’educazione professionale delle donne viene spesso confinata, ridotta e quindi banalizzata con l’idea di un capacità di accudimento l’accoglienza, che pure corrisponde l’educazione alla cura che viene offerto alle bambine, come se ci fosse la formazione della furura madre all’istinto “femminile”,  alla costruzione culturale di una istintualità  o normalizzazione del gesto educativo di cura che le donne imparano sin da piccole, (con il gioco con bambole e pelouche, del vestire, svestire, abbracciare, cullare, nutrire, coccolare).

Ecco che diventa necessaria, per chi coordina, l’introduzione di una variante (in questa cultura) che derivi dall’inserimento della tecnicalità, e della ricerca del gesto educativo; un gesto che seppure parta da un “azione”naturale, deve essere attraversato del pensiero, dal tema e dalla ricerca di un obiettivo educativo, ed infine dalla ricerca di un significato. Il mio contributo all’educazione al femminile, nel mio servizio, è che essa non diventi la deriva del femminile, la sua scontentezza; ma che sia la ricerca di un gesto significativo e ricco, plurale e portatore di ricchezza e significati poliedrici e plurali. Perché possa uscire dalla sua connotazione più antica e naturale e si sposti verso un approccio più tecnico. Ossia ciò che permette di dire “scelgo quel gesto perché lo penso”, scelgo quel gesto perché ho l’intenzione di incontrare l’altro in un certo modo.

Il gesto assume una colazione educativa, ed esce dalla sua forma connaturata,  si colora di un intenzionalità nuova, di un pensiero, di un’osservazione, di una modificazione volontaria nella sua produzione.

Il gesto si produce con intenzione e consapevolezza che gli da forma e significato diverse, si riempie di domande, non è più natura e istinto ma diventa già cultura e sapere. Il gesto con intenzione si colloca sulla scena specifica, la carezza per un figlio non sarà “come quella” per un utente,  i due gesti diranno due cose diverse perché le persone sono diverse, perché ruoli sono diversi, perché i contesti diversi, perchè sono pensati a partire da questi snodi.

Credo sia questo il mio contributo per la giornata internazionale delle donne. Oggi e non solo.

Trovo necessario per l’educazione e per le donne dare all’educazione femminile, una forma e una dignità, una consapevolezza più alta del significato che riesce a esprimere nelle azioni. Dando contenuti e consapevolezza nuovi ai gesti che si agiscono. Offrendo intenzionalità e progettazione sicuramente diverse da “quell’istinto” femminile che viene propagandato come educativo e che spinge le donne in ambito professionale di educazione. Educare e scegliere, a partire dalla consapevolezza della propria parzialità (anche femminile), per offrire alla propria professionalità una dimensione capace di interagire e ampliarsi, e offrire all’altro tutta la ricchezza educativa possibile, una educazione che si sbanalizza se è capace di riconoscersi e  riconosce le proprie derive.

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