Corpi muti

Qualche  giorno fai in occasione di un laboratorio per bambini, mi sono accorta come alle volte gli adulti mostrino una grandissima imperizia nel muoversi insieme ad altri adulti-

Questi genitori collaboravano alla costruzione di un castello fatto di scatoloni: c’era chi tagliava un grosso scotch e chi lo prendeva per appiccicarlo alle scatole per costruire il castello.

Eppure i corpi questi genitori non si parlavano.

Dimostravano di non sapersi coordinare nell’azione, non sapevano “incontrarsi”, stabilire la reciproca distanza, quella necessaria a capire cosa fare,  quella necessaria per non intralciarsi reciprocamente in una azione che andava coordinata, e più semplicemente fatta ” insieme”.

Così, una attività in sé piacevole diventava veramente complicata da eseguirsi.

Una mamma, quella che si era assunta l’onere del taglio dello scotch i tanti pezzetti, si era incastrata nell’angolo più remoto e più scomodo, e meno accessibile del tavolo, incollando lo scotch al bordo del tavolo. in una posizione in cui era decisamente difficile accedere.

Un’altro genitore che faceva da supporto morale aveva incastrato la sedia acconto del tavolo, ostruendo quasi il passaggio, senza capire che questo posizionamento spaziale rendeva l’accesso ancora più complicato l’accesso.

Eppure questi genitori dimostravano tutta la loro buona volontà e il desiderio di aiuto,  di partecipazione all’attività, pur essendo del tutto ignari di quanti irrealtà la stesero bloccando. I lori corpi sembravano incapaci a comunicare, nel movimento, nel sincronizzare le azioni, nel scegliere lo spazio più adatto a fare un lavoro “di gruppo”.

L’intenzionalità non riusciva ad accedere, e a diventare azione.

Poco più in la uno sparuto gruppo di genitori osservavano il gruppo di bambini che, disposti lungo tavolo,, disegnavano; occupando una significativa parte del tavolo.

L’arrivo di un ultimo bambino, che doveva inserirsi nell’attività insieme ai compagni, non ha attivato nessun adulto. Nessuno di loro si è accorto della necessità, contingente, di lasciare libero un po’ di spazio questo bambino, che doveva accedere a pennelli, fogli e colori.

Sembra persino strano vedere  come non si fossero accorti che quello spazio e quell’attività era destinate bambini, che agire bambini avevano bisogno di spazio  dello spazio che stavano preoccupando loro.

Mi è sembrato straordinario come questi adulti pur nella consapevolezza di essere lì per i bambini non capissero come muoversi o dove collocarsi per osservare e non intralciare i corpi altrui.

Come se (i loro corpi) avessero bisogno di qualcuno capace di aiutarli (sempre i loro corpi) a muoversi e collocarsi, perché in autonomia non riuscivano di comunicare senza parole, o con il corpo.

Le domande sono molte, e non si tratta di indicare le colpe e/o le mancanze, al di la delle osservazioni più oggettive. Quegli adulti, in quel luogo specifico (una sala polifunzionale) non sembravano capaci di muoversi, come gruppo sinergico.

Possiamo ipotizzare che la mancata conoscenza, il luogo estraneo, l’assenza di un preciso coordinamento o di un indicazione sul ruolo che gli adulti dovevano assumere (per i bimbi era più facile erano lì come “giocanti”), siano stati i fattori che hanno reso quegli adulti e quei corpi muti.

Eppure la questione diventa importante per chi si occupa di educazione a più livelli. I corpi muti e incapaci di sinergia – di quei genitori – ci aiutano a vedere una latenza significativa, e una riflessione sullo spazio dedicato ai corpi in educazione, e alla loro capacità o meno di intersecarsi nei vari spazi della vita.

 

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