teatralità incontro

Grazie a Macao, l’esperienza milanese di recupero di spazi alla cittadinanza, trovo un frammento di un loro diario su facebook.Teatralità come incontro, come riappropriazione/esplorazione/incorporazione degli spazi, dell’esperienza, degli oggetti. Ma le loro parole sono molto più efficaci di ogni altra.

Ore 11.00
Dieci passi in una direzione, giro, dieci passi indietro. Passi decisi, gli sguardi limpidi. Ogni giorno cominciamo così. Dove sono passati centinaia di piedi, di scarpe, di movimenti frammentati, disomogenei; dove c’è il caos, creiamo il nostro spazio sotto lo sguardo curioso di chi con lo sverniciatore, chi con rullo e vernice, chi con spatole, lavora attorno a noi. Poi prendiamo le scope e gli stracci: puliamo. Tutti con lo stesso ritmo, sempre in schiera, con un unico respiro, sempre dieci passi. Dividiamo l’enorme sala centrale di Macao in segmenti quadrati. Puliamo e camminiamo senza nessun’altra intenzione. Puliamo per restituire lo spazio a nuovi passi, disomogenei, frammentati, incerti, maschili, femminili, vivi, stanchi, danzanti che attraversano Macao.
Questo il nostro training.

Ore 14.00

Nel sottotetto a crepare di caldo.
Liberiamo lo spazio, lo svuotiamo del materiale che lo ha abitato per decenni, ascoltiamo gli echi, le risonanze: cerchiamo ricordi. Decostruire-destrutturare-rimembrare-significare.
Ci diamo una regola: dobbiamo eliminare quello che non ci va e tenere ciò che ci interessa che colpisce la nostra memoria.
Immersi nella polvere frammenti: caramelle dell’86, ecografie all’addome, un letto piccolo per bambini sepolto sotto centinaia di libri contabili.
Qualcuno tiene corde che gli ricordano legami; qualcuno libri, altri fogli bianchi; una forbicina per tagliare ciò che dà fastidio; qualcun altro sedie, mobili che danno stabilità.
Accatastiamo, buttiamo, scopriamo un passato che non ci appartiene, e lo significhiamo con i nostri ricordi.
Un’altra regola: non possiamo parlarci. Nascono relazioni di sguardi, spiamo i gesti, gli oggetti dell’altro. C’è chi sfoga rabbie reali, chi gioca, chi cerca…chi aspetta.
Chi immagina di essere in un cimitero, chi vivono uno spazio mentale, altri stanno.
Chi immagina di aggirarsi per una carcassa abbandonata: lo scheletro spolpato senza pietà, svuotato delle viscere, lasciato morire di fronte ad occhi indifferenti.

Così sulle macerie costruiamo la sala prove.

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