Parcheggiando corpi con classe

All’inizio mi hanno insegnato che la professionalità è asettica e professionale, lontano dalla quotidianità, fatta di setting protettivi e lontani dal mondo. E cioè capaci di proteggere gli utenti dal mondo .. e forse soprattutto di proteggere il mondo dall’utenza e anche dal “mondo” dell’utenza.

Mi hanno poi insegnato, volendolo o meno, invece il potenziale rivoluzionario dell’educazione …

Da qui in poi mi sembra impossibile non pensare che ciò che accade nei “miei” luoghi di lavoro, non possa e non debba (fatta salva la privacy di chi incontro) offerto in ciò che insegna.A volte anche in modo rivoluzionario, e a volte no. Ma non è (solo) questo il punto.

La narrazionone ha un non so che di rivoluzionario, nel suo insegnare, svelare sdoganare, rivelare …

Ovviamamente vale pur sempre la regola che tutela: non si racconta tanto chi e cosa ha fatto ma cosa si è imparato, insegnando, imparando, incontrando i corpi nella loro integrità comunicativa tanto negli ambiti di psicomotricità che nella consulenza pedagogica.

Disabilità, in questo “mondo”, in questo incontro  resta per me inesausto il valore e il piacere dell’incontro, laddove la fatica alle volte resta gommosa e appiccicosa, fino a che non si riesce ad incontrarsi davvero. Si riesce a sbanalizzare l’ovvio delle diagnosi e delle malattie reali, dei vincoli imposti dalle sindromi, e da ciò che sappiamo dell’altro; sfuggiamo un sapere scritto sulla carta e passiamo al sapere del corpo.

Peccato che spesso mi renda conto, con frustrazione, che la psicomotricità sia solo un parcheggio di lusso, un luogo interessante solo per me e per l’utente, e che il sapere prodotto insieme resta un prodotto del “setting”. L’incontro psicomotorio (potrebbe anche essere un laboratorio di danzaterapia o simili) resta una raffinatezza che la nostra cultura sulla disabilità offre al disabile, perché faccia qualcosa, perché occupi positivamente il suo tempo  – con una attività verosimilmente riconosciuta in ambito scientifico per la sua valenza “terapeutica”- , e capace di tenere il mio tempo abilmente lontano dalla narrazione di ciò che quei corpi, quell’incontro, quel sapere prodotto resti (al massimo “cosa” da convegni).

Sembra perciò che agli operatori invianti non interessi, nè alla famiglie, sapere null’altro se non cosa si faccia. Eppure la categoria del fare non è esattamente coincidente con ciò che si è imparato e ciò che si può portare fuori di quell’esperienza; nè come essa non rappresenti davvero i tanti contenuti densi di significati, e validi in modo più estensivo, che il fare permette.

Faccio un esempio: l’incontro con una persona affetta da autismo e psicosi, con cui il “dialogo” (la sua domanda al mondo) centrato su azioni auto-aggrassive si è trasformato – usando la mediazione di un oggetto – in un dialogo più complesso, fatto di contatti, vocalizzazioni, e dello spostamento della aggressione a se stesso all’uso comunicativo dell’oggetto. L’oggetto/gli oggetti in questo caso non era/eranono frutto di una scelta casuale, una serie di tamburi, ma di un pensiero preciso; il tamburo sostituisce e varia l’azione del battere se stessi, e produce un suono forte e che risuona nello spazio riempendolo. Quasi “saturandolo”,  saziandolo di vibrazioni basse e lente.

Questo, in un lungo percorso, ha permesso di sostituire, variare, non tanto la gestualità ma l’esito, la possibilità di fare gesti di reciprocità, dialoghi sonori, e sempre più di sguardi e poi di contatti non aggressivi.

 ….. Già roba da “disabili”!!

Eppure non è difficile immaginare come questi passaggi ci siano familiari, e quotidiani quando impariamo o insegniamo a canalizzare differentemente alcune azioni a favore di altre che ci permettano di stare meglio con noi o con gli altri, di comunicare invece di sbraitare, di litigare invece di chiuderci, di chiedere carezze invece di sbattere le porte. Anche un disabile ci (mi )insegna che la capacità di imparare è inesauribile, e arriva attraverso gesti che non immaginavo, gesti che permettono scelte ed alternative. gesti che lui stesso può scegliere.

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