Lupi, orchi, e paure: la pedofilia

(gennaio 2011 – un post non pubblicato che avevo scritto per un aggregatore per genitori)

C’è  con un tema particolarmente difficile e delicato, e purtroppo anche mediaticamente molto “in voga”: la pedofilia.

Mentre guardo la documentazione che raccolto in Internet, penso alle parole da scrivere, e alle volte in cui, come coordinatore pedagogico di servizi dedicati all’infanzia, mi sono trovata a colloquio con adulti che erano stati abusati da piccoli, o con gli educatori professionali che si occupavano di bambini, vittime di abusi. E quando, come madre, ho dovuto parlare dell’abuso anche con mia figlia (la più grande).

Vi è una strana circostanza: alcune questioni, se trattate professionalmente, sono più facili da spiegare, le parole si trovano più facilmente. Mentre le stesse parole, dette genitore può risultare più difficile da pronunciare.

Più difficile, perchè?

Probabilmente parlare di pedofilia ed abuso è diverso per ogni genitore, per ogni famiglia.

Infatti si tratta di parlare con il proprio figlio dello stare al mondo: ossia dei pericoli e dei rischi che lo circondano, e che circondano e spaventano anche noi adulti.

Significa anche trattare un tema delicato che riguarda la fiducia e la sfiducia, la sessualità, l’intimità, l’affettività, l’inganno, ciò che ci pare giusto e ciò che ci pare ingiusto.

E’ una riflessione che finisce per inevitabilmente per coinvolgere tutta la famiglia, in particolare la coppia genitoriale, la loro storia personale, il loro specifico modo di intendere la fiducia, la paura, i tabù, etc..  e tutto ciò che può esser detto e ciò che non si riesce a dire.

Forse non si riesce a semplificare, ricondurre tutto alla frase “non ti fidare degli sconosciuti”, e se anche fosse solo questa semplice questione da spiegare, cambierebbe radicalmente in base all’età del figlio. E magari occorre tornare e spiegare e rispiegare, nel tempo e in modo differente, cosa vuole dire pedofilia, abuso, rischi, pericoli …

Inoltre, in ognuno di noi, questi temi si intrecciano in modo così inestricabilmente diverso, e si modulano in relazione ai nostri figli, e al loro carattere.

Ho due figlie, molto diverse tra loro: una, la più grande, è tranquilla, attenta, riservata; la piccola è vivacissima, irrequieta, sperimentatrice e molto determinata. Ogni giorni, per i vari problemi quotidiani, con loro, devo trovare due stili assai diversi: la prima va incitata e la seconda trattenuta, e ogni volta devo inventare qualcosa di adatto.

Quando sarà ora di parlare, anche con la piccola, della pedofilia dovrò trovare parole e pensieri diversissimi, tenendo conto del suo modo di essere.

Ogni bimbo, nella sua insostituibile identità, e ogni genitore nel suo ruolo educativo finiscono per trovare un punto di incontro unico per parlarsi.

E questa unicità, alle volte, rende le ricette o i consigli altrui, difficili da capire o da seguire.

C’è un incontro speciale tra quel genitore e quel figlio, per raccontare una di quelle “cose” importanti che servono a crescere, a stare sicuri …

Un altra difficoltà, che è possibile incontrare nel trattare di pedofilia e abuso, è quella di  dover esporre ai propri bambini la parte brutta del mondo; mostrare loro che la fiducia verso gli adulti in generale, non può essere mai sempre assoluta.

E vuol dire anche ricordarsi che statistiche (nel loro essere fredde ed oggettive), ci dicono che “l’orco” non appare mai davvero con denti aguzzi, aspetto orribile, odore disgustoso.

Alle volte può essere a volte molto, ma molto vicino e altrettanto insospettabile, il parente,  l’amico di famiglia, l’allenatore, l’insegnante, proprio una quelle persone che si incontrano quotidianamente e di cui ci si fida, o di cui  -si dice ai propri figli che – è importante fidarsi, che vanno ascoltati. Vuole dire che anche noi adulti dobbiamo finire per guardare in modo diverso alle persone, magari chiedendoci di chi ci si  può fidare, se pensiamo a nostra/o figlia/o?

E’ difficile parlare di una questione delicata anche quando i media ci mettono sotto pressione, raccontando anche i dettagli più intimi e scabrosi, quelli terribili delle violenze sessuali. Questo fa che aumentare la consapevolezza verso i rischi, verso il bisogno di proteggere ma al tempo anche sollecita le nostre forme di paura estrema; che può bloccare, irrigidire, rendere impacciati nel parlare e spigare ai bimbi.

Alle volte quando mi penso come madre, mi sento dispiaciuta pensando che dovrò raccontare anche di un mondo brutto e pericoloso, fatto di “gente brutta che fa cose cattive”.

E al tempo stesso cerco di capire come fare a lasciare anche uno spazio per la fiducia, uno spazio libero, disponibile e senza paure, per noi e per loro.

Quindi l’abuso sessuale è un tema che non si riesce solo a semplificare, dicendo non fidarti, e  non in ogni caso non si esaurisce in una sola comunicazione, anche per questo resta difficile da comunicare; benché oggi non manchino libri, progetti, siti e spazi di condivisione per quello che una volta era uno dei tabù più grossi.

Anche alcune scuole sensibili (scuola dell’infanzia e scuole primarie) attivano progetti educativi mirati ai bambini e agli stessi docenti, per imparare a comunicare, riconoscere, imparare e difendersi dall’abuso. In questa scuole è probabile che gli stessi docenti, più preparati e sensibilizzati, possano offrire ai genitori un momento di ascolto e confronto. Nelle scuole ancora ci sono spesso consulenti psicologi o pedagogisti, che lavorano nel cosiddetto “sportello di ascolto” che possono, come gli insegnanti, rappresentare un altro adulto con cui confrontarsi sulle modalità di parlare con i propri bimbi.

Io ho provato a leggere alcune cose in rete, dove sono moltissime le associazioni che offrono volumi e consigli, alcune propongono un approccio assai più orientato alla sicurezza, proponendo una serie di regole che limitino i rischi per i bambini (non uscire da soli, non parlare con gli sconosciuti etc etc), mentre altre offrono uno sguardo più orientato al costruire un rapporto di fiducia, insegnamento ed ascolto.

Fra le tante letture mi hanno colpita tre brevi frammenti che ho trovato in alcuni siti svizzeri, e italiani, che si occupano di prevenzione e abusi.

Lo sviluppo di una sana autostima e la consapevolezza del proprio corpo permette ai figli di percepire i limiti. I genitori devono prendere sul serio sensazioni ed emozioni provate in determinate situazioni dai propri figli e invitarli a esprimerle. Ciò permette loro di riconoscere quando si trovano di fronte a una situazione spiacevole e di difendersi da un possibile abuso.”

“Si insegna al bambino ad ascoltare le proprie emozioni, oltre alla ragione. Il bambino impara che se la pancia e la testa dicono la stessa cosa, significa che tutto va bene, mentre se dicono due cose diverse deve parlarne il più presto possibile con un adulto di cui si fida.”

“Studi negli Stati Uniti e in Italia hanno dimostrato che il rischio di rimanere vittima di abusi sessuali “è almeno dimezzato” per i bambini che hanno seguito un programma di prevenzione, sottolinea la pediatra. E quei bambini che, nonostante abbiano beneficiato della prevenzione, “cadono nella trappola di un pedofilo, hanno bisogno della metà del tempo per riconoscere che qualcosa non va e parlarne a un adulto”.

Mi sembra interessante sottolineare come in queste riflessioni emergano due forti pensieri:

  • Il primo evidenzia un bambino, pensato come competente, e quindi:

capace di riconoscere se stesso,

il suo corpo,

le emozioni,

i vari segnali del mondo esterno,

le comunicazioni che riceve e che restituisce.

Un bambino capace di capire, ascoltare, pensare, imparare

  • Il secondo pensiero, altrettanto importante, espone la responsabilità dei genitori e degli adulti nel fornire supporto, e l’ascolto. Ma anche la loro possibilità di insegnare ai bambini ad ascoltare della propria comunicazione corporea, le sensazioni, per imparare a capire  e distinguere ciò che fa sentire bene da ciò che fa sentire male.

Quest’ultimo punto mi sembra importante, perchè mostra, anche al mio essere madre, una possibilità che “L’Orco”, il mostro, e quel tipo di paura, sono meno significative (gravi/drammatiche/pericolose) se  posso provare ad insegnarle ai miei figli …

L’incontro con la necessità di parlare degli “orchi della vita” (pedofilia a non solo) mostra che devo incontrare le mie paure, e quelle del mio compagno, il suo ruolo maschile e paterno e il mio di madre e di donna, il significato mio e nostro della parole fiducia e sfiducia, e di come spiegarle o offrirle alle nostre “piccole”

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