Donne dee daimon – le maternità possibili e i bimbi degli altri

Parto così, di pancia, a dire che quel bimbo fa “impressione” , nel senso che mi turba e mi coinvolge emotivamente, mi rende nquieta e fa entrare in vibrazione con il suo dolore, mi commuove per via della sorte che gli ha cambiato la vita.

E come dicevamo nella serata Donne Dee Daimon: 

Nella Maternità questa SORTE o DEMONE corrisponde a ciò che infastidisce, o turba, o frammenta o frattura, interrompendo ogni aspettativa.

Crea una dissonanza con quello che immaginavamo pensando per la prima volta,  ad un bambino possibile dentro di noi.

Un marito impotente, la scelta di non volere un figlio, un lutto importante,  l’infertilità, una gioia troppo forte da turbare, La vita che dispone diversamente …

Tutto quanto avevamo imparato, così bene, sulla maternità …. viene disatteso bruscamente.

[…]

Questo il daimon, demone o sorte, spariglia le carte, a volte in modo disonesto, altre volte scherzoso, altre ancora in modo crudele oppure ancora sornione o dolce e sorridente.

Una SORTE, che ci avvolge e trattiene, come dice una coppia quando si lega nel patto del matrimonio: “nella buona e nella cattiva SORTE” .

Ci si lega nella SORTE. Si crea un legame con “qualcosa” che non sappiamo cosa comporterà o come ci cambierà.

Il demone ci lega all’imprevisto, ci trattiene, ci ferma tra ciò che è atteso e ciò che avviene davvero. (Ci attendevamo un bimbo e ci arrivano due gemelle)…

E’ la differenza, è questo nesso, è questo legame che obbliga ad un incontro:

l’incontro della donna e la madre che siamo noi,

con il figlio che nasce,

con la nostra maternità,

con la nostra unica e possibile “interpretazione” – di noi stesse in questo incontro. Che renderà la maternità possibile, per noi, solo per noi, in quell’unico e originalissimo modo.

Per dirla con le stesse parole che abbiamo usato nel corso della serata, il daimon, la sua sorte è la morte precocissima della madre. E i suoi silenzi, quel dire “no” mi rimandano sempre un pò all’assenza di quella maternità, che si è resa impossibile, e dolorosa in assenza di se stessa, per quel figlio.

A me, e al mio essere madre (anche se non son sua madre) incontare quel bimbo, e stare accanto a lui, turba moltissimo. Anche se quell’incontro lo faccio in un ruolo che è professionale, eppure quel bambino crea turbamento e emozione che va oltre. E mi sono chiesta perché, esistono persone, bambini, incontri che non si esauriscono con la competenza educativa.

I miei gesti da non madre sono impacciati, la mia vicinanza sa di non potere riempire il vuoto, la mia gentilezza e lo sguardo caldo sono un palliativo. Vorrei dare di più, i mille gesti e i mille pensieri che immagino gli occorrano. Sono goffa davanti a quel dolore.

Che ri-conosco, per via di altre storie, che mi hanno fatto vedere la reazione emotiva di un figlio, rimasto senza madre, rimasto anche a corto di parole. Per la fatica di pronunciare quel dolore, fino all’età adulta.

E, come non mai, oggi mi vengono in mente due frasi, che sento necessarie, la prima la raccolgo nel libro “maternità possibili”:

Un bambino chiamò mamma e tutte le donne si voltarono.

Una maternità, una funzione di cura che ci appartiene per culutra, non solo come singoli, come donne, come uomini, madri o padri ma come pluralità, come gruppo che può esercitare una  funzione sociale allargata, e che ci insegna ad offrire gesti di cure, materne o paterne, ai figli del “villaggio” ….

In questa immagine sta la seconda frase che sento appartenermi, e che mi torna sempre spesso più sovente davanti agli occhi:

Per educare un bambino occorre un intero villaggio.

Sento che il villaggio, la rete sono basilari.

La condivisione della azione pedagogica e dei pensieri sull’educazione ad opera di noi stessi, non solo nella nostra veste professionale, non basta; ci vuole una grande presenza collettiva civile, sociale, pubblica. Occorre essere villaggio e rete, per questo bambino e per tutti i nostri figli, tanto per quelli belli e simpatici, che per quelli meno piacevoli, o fortunati, o facili da trattare, o che evocano fatica e dolore …

Mi sembra questo il momento storico, in cui occorre ricreare la rete, rinsaldarla, riempirla di contenuti e connessioni, e di emozioni, e di strategie di cura e accoglienza perché la rete garantisce tenuta, significati, possibilità di dare parole dove si perderebbero, ritrovando(si) significativi e significato.

Così auguro a quel bimbo.

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3 pensieri su “Donne dee daimon – le maternità possibili e i bimbi degli altri

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