Una lectio magistralis … un geranio può diventare educatore

Fonte originale dell’articolo: education 2.0

“La famosa frase del dottore che, dopo avermi visitato all’età di due anni, ha scosso la testa ‘Non c’è nulla da fare, sarà un vegetale’, è stata lì per lì subìta dai miei genitori proprio come si subisce una maledizione”. Claudio Imprudente ha ricevuto il 18 maggio la laurea honoris causa in “Formazione e cooperazione” dall’Università di Bologna. Ecco la sua lectio magistralis.

Questa laurea non è solo mia, ma di tutti i contesti che mi hanno sostenuto e di chi li ha prima costruiti e poi (con)vissuti insieme a me. Se fosse una laurea “ad honorem” avrei potuto fare un facile gioco di parole, sostenendo che non è una laurea “ad personam”, ma, purtroppo o per fortuna, si tratta di una laurea “honoris causa”.

Mi ricordo che quando Andrea Canevaro ha fatto cenno per la prima volta al conferimento della laurea, mi ha confidato che in realtà avrebbe voluto darla a mia madre. È vero, infatti, mia madre si meritava la laurea, Canevaro non si sbaglia nemmeno questa volta. Forse, però, conviene giustificare quell’assegnazione.

Bisogna fare un salto indietro di cinquant’anni. Come sapete “a quel tempo” (sembra di riferirsi ad altre epoche e di utilizzare una formula evangelica) la disabilità era davvero handicappante. A dire il vero, uno degli spunti per questa relazione, propostomi dal prof. Angelo Errani, viene da un esempio attualissimo di “disabilità che si fa handicap”: una ragazza disabile esclusa da un concorso per personale educativo con la motivazione della sua disabilità. Ma negli anni Sessanta le dimensioni, la portata, l’ostinazione di quel meccanismo era istituzionale, per così dire, pervasiva, introiettata, sancita anche a livello legislativo e confermata a quello pedagogico; inevitabilmente si rifletteva, si proiettava anche sulla qualità delle relazioni che potevano instaurarsi, almeno sulla maggior parte di quelle.

Volendo ricorrere ad una formula sintetica, se oggi avere un figlio disabile è considerato come una sfiga, al tempo era una vera e propria maledizione, personale, famigliare ecc. Diciamo che, nella scala della negatività, ci siamo allontanati dalle ultime posizioni. C’è una bella differenza tra sfiga e maledizione, quest’ultima è come caduta dall’alto e non lascia scampo o vie di fuga, di solito ha derivazione divina o diabolica…

La famosa frase del dottore che, dopo avermi visitato all’età di due anni, ha scosso la testa “Non c’è nulla da fare, sarà un vegetale”, è stata lì per lì subìta dai miei genitori proprio come si subisce una maledizione. Dal momento in cui si sono sentiti dire quelle parole hanno dovuto cominciare un percorso solitario e al buio. O meglio, hanno dovuto immaginare un percorso alternativo a quello che le loro aspettative (le loro come quelle di tanti altri genitori) avevano tracciato davanti ai loro occhi fino a quel momento. Come se avessero dovuto utilizzare un Tom Tom per reimpostare il tragitto, con la differenza che il Tom Tom, in strada, ci mette venti secondi a rispondere e a risolvere, invece nel mio caso ci sono voluti anni per studiare e impostare un percorso diverso (questo discorso, ovviamente, vale per tutti i contesti in cui mi sono trovato: a tutti è stato necessario abbandonare il sentiero già tracciato ed intraprenderne un altro con caratteristiche e meta in parte sconosciute, anche perché al tempo non erano così tanti i “modelli”, chiamiamoli così, cui fare riferimento, dai quali partire per sviluppare poi un intervento più mirato sulla singola persona.). Dapprima riconoscendo che io sono loro figlio, una loro creatura, anzi, una bella creatura e, in quanto tale, cominciando a darmi fiducia.

Ancor prima della fiducia da dare a me, costruendo un rapporto forte di fiducia reciproca tra di loro e il senso di un’intesa forte: “io ci sono, e anche tu ci sei”. Fiducia mista a complicità. Questa, ed è un ricordo molto vivido, si traduceva anche nella creazione di ingranaggi dalla meccanica e dalla tempistica perfette e funzionali, ad esempio per l’espletamento delle attività domestiche di tutti i giorni: mio padre mi alzava dal letto, mi portava da mia madre con la quale facevo colazione, la quale mi riportava da mio padre per sciacquare la faccia e lavarmi, che poi mi riconsegnava a mia madre per la “vestizione”.

Fiducia e complicità come un primo mattone solido per costruire il resto. E, ad un livello più intimo, per darmi la sensazione certa di non essere di peso, di non “interferire” troppo nella vita dei miei genitori: questo ha aumentato anche la stima che provavo nei miei stessi confronti, perché già da piccolo potevo sentirmi come non del tutto dipendente o, almeno, potevo avvertire la mia dipendenza come non pienamente vincolante per gli altri e, di qui, per me stesso.

In quell’età si scoprono i primi spazi di autonomia e libertà, si impara a muoversi nell’ambiente e in rapporto agli altri “corpi” che lo abitano, è un processo graduale che per una persona con deficit rischia di svilupparsi con molta lentezza, spesso con un ritardo significativo rispetto ai suoi coetanei, e in modo incompleto. Ho avuto la fortuna, al contrario, di vivere quel “flusso” di esperienze e di crescita sin da piccolissimo e nonostante i deficit che indubbiamente avevo. Ribadisco che questo è merito della “scommessa” dei miei genitori, dell’investimento, magari rischioso, che hanno fatto sulla costruzione della mia libertà e della mia identità autonoma.

E la stima verso me stesso è stata un primo elemento fondamentale per il futuro ruolo di educatore, perché è difficile educare altri alla stima senza provarla nei propri confronti.

Ma è proprio su quel “resto” che i miei genitori hanno costruito e a cui accennavo poco sopra che dobbiamo tornare, perché riguarda la costruzione di un modello genitoriale, familiare, pedagogico, educativo, relazionale che, per ragioni ovvie, risponde appieno alla cultura del “do it yourself”, o del “fatto in casa”, e che però, in seguito, si è rivelato pienamente trasferibile anche nel mio ambito lavorativo.

Quello che voglio intendere è che, provando a riconoscere ed elencare in che modo (ovvero, secondo quale metodo: e mi riferisco, in particolare, a quanto accennavo sopra, cioè alla capacità di saper reimpostare un percorso, di seguire strade non battute, di interiorizzare e agire la consapevolezza che non esiste una sola via per raggiungere un obiettivo e che, al contrario, ci viene chiesto di saperne inventare o trovare di alternative. Questo metodo si è rivelato utilissimo per la mia professione di educatore) e in relazione a cosa i miei genitori si sono proposti ed hanno agito come educatori, scopro anche i termini in cui io lo sono stato, e gli ambiti nei quali ho provato ad esercitare questa professione, perché tale è diventata.

L’humus che ha permesso la mia crescita è, per molti aspetti, lo stesso che ha favorito la nascita e lo sviluppo del “bosco” Centro Documentazione Handicap/Progetto Calamaio e delle piante e degli animali che lo popolano e lo animano. Che, poi, sono le altre persone (succedutesi e cambiate negli anni) cui idealmente viene conferita questa laurea, da tutti vissuta, immediatamente e in modo condiviso, come il riconoscimento di un lavoro portato collettivamente avanti nel corso di trent’anni di attività culturale ed educativa.

Provo allora a definire a cosa i miei genitori si sono e mi hanno educato e a cosa ho, abbiamo cercato di educare attraverso la nostra professione.

Sono stati, come si evince già da quanto scritto sopra, “educatori alla costruzione di un forte sentimento di autostima”, cosa ben diversa dall’arroganza e dalla prepotenza, ma il confine è labile e, per non varcarlo, serve educazione.

Sicuramente, sono stati “educatori al rispetto delle diversità” (in tutti i sensi, tra cui anche la diversità dei modi di comunicazione, la diversità nei modi di relazione, ecc.), che è come un punto di partenza e d’appoggio per il resto, ma mai un elemento che possa darsi per scontato e nemmeno acquisito una volta per tutte. Sono stati “educatori al riconoscimento dei meccanismi per cui si produce e si impone il pregiudizio”. Sono stati “educatori a guardare alle cose da un’altra angolazione”, che della riduzione del pregiudizio e del rispetto delle diversità è, allo stesso tempo, presupposto e strumento.

Complementare a questo, l’“educazione a mettersi nei panni dell’altro”, a riconoscere che il nostro punto di vista è sempre parziale e, se mai si possa riuscire a raggiungere una visione piena delle cose, questa non potrà che essere il frutto di una somma di sguardi e delle condizioni che determinano un certo modo di vederle. Ma riconoscere la necessità dello sguardo altrui presuppone, altresì, un’“educazione al rispetto dell’altro che si basa sulla sottolineatura delle sue abilità”. Stiamo trattando e ci stiamo avvicinando a concetti fondamentali del nostro vivere insieme. Ne ho scritto altre volte, ma mi preme ribadirlo in questa sede: si tratta di trovare un modo capace di sviluppare delle condizioni strutturali per coniugare UGUAGLIANZA E LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E DIVERSITÀ e DIVERSITÀ E OPPORTUNITÀ.

Credo sia uno degli obiettivi fondamentali di chi lavora in questo ambito, ciò verso cui si deve tendere. L’errore più banale che si possa fare è quello di considerare quei termini come oppositivi, ritenere, cioè, che sia necessario operare una scelta tra di essi, invece che approfondire i modi in cui queste diverse istanze possano essere integrate tra loro, e quindi cooperare per un obiettivo comune, condiviso. In quanto, e non credo di sbagliarmi, è come se questi termini contengano già in sé il medesimo risultato e, in mano nostra, siano gli strumenti per costruire e garantire le condizioni necessarie alla piena realizzazione di ognuno di noi. Meglio ancora, sono esse stesse le uniche condizioni in cui le persone possono vivere e che devono essere conservate, alimentate, non potendole mai considerare come date una volta per tutte.

Quando uno dei quattro termini soccombe in nome degli altri, quelli stessi cambiano di segno, si allontanano dal loro significato più vero e ne va, allora, della possibilità stessa della democrazia come dovrebbe essere intesa, o, quanto meno, della nostra capacità di progredire nella realizzazione di un sistema “effettivamente” democratico.

Ho il timore che negli ultimi anni si sia diffusa un’idea piuttosto minimale di democrazia, che non prevede l’esercizio della stessa se non come pratica “leggera” (ad esempio, la semplice partecipazione elettorale), che si risolve spesso nella delega, anche questa sempre più svuotata di senso. Essa invece è letteralmente il risultato delle nostre azioni e relazioni e del modo in cui le intendiamo; è nelle nostre mani, non funziona per meccanismi che si auto-riproducono e si mantengono sempre uguali. Siamo noi che determiniamo il suo funzionamento e le forme di questo funzionamento, l’equilibrio fra le varie istanze di cui parlavamo prima.

Il termine “democrazia”, declinato in questo modo, è un altro elemento al quale sono stati i miei genitori ad educarmi, ed è ricco di tante sfumature delle quali è difficile dare un’unica definizione, ma, a mio avviso, può essere così sintetizzato: democrazia non è trattare tutti allo stesso modo, ma ognuno secondo le sue possibilità e abilità. Come vedete, i tre termini di partenza, ovvero DIVERSITÀ, OPPORTUNITÀ ed UGUAGLIANZA (nelle differenze) si ritrovano tutti in quest’unica “formula” (su questi argomenti ho costruito, anni fa, la favola di “Re33 e i suoi 33 bottoni d’oro”).

Ho cercato di far emergere nel modo più vivido possibile ciò che lega oggetti “educativi” che possono sembrare apparentemente slegati e che invece compongono, insieme, l’ambito e il metodo di lavoro che io e il Centro Documentazione Handicap/Progetto Calamaio abbiamo cercato (e ancora cerchiamo) di costruire. E c’è un altro “oggetto” che ricordo sempre, soprattutto a coloro che negli anni hanno partecipato in modo momentaneo al nostro lavoro, ad esempio i ragazzi che prestano servizio civile o quegli studenti che decidono di svolgere il loro tirocinio presso il nostro Centro: sappiate sporcarvi le mani.

Con loro ironizzo, perché nel lavoro con persone disabili si sperimenta anche il senso non figurato dell’espressione… e le mani si sporcano davvero! Ma è importante capire che non si tratta solamente di un modo per agire più concretamente sulla realtà, ma anche e soprattutto di una via privilegiata alla conoscenza. In un certo senso è un momento che precede logicamente tutti gli altri. È l’esperienza, e la “sporcizia” e i segni che ci lascia nelle mani, a formarci; è l’esperienza che ci fa conoscere e ci mette di fronte alle nostre e altrui paure e ci indica come superarle; è l’esperienza che ci insegna quale forza, quale presa abbia la creatività, da intendersi come modello, strumento per approcciare e trasformare la realtà; è l’esperienza, quindi, che può costruirci, progressivamente, come educatori credibili.

Concludo cercando di dare il senso corretto ad un termine del quale ho spesso fatto uso, ma al quale va restituita forza, pregnanza, le stesse che l’utilizzo corrente le ha progressivamente tolto: un termine ed una pratica in realtà, perché non può esistere SCANDALO senza che qualcuno o qualcosa lo produca. Peraltro, nel mio caso, si è trattato spesso di darne (si dà scandalo, nel linguaggio comune) involontariamente, per il semplice fatto di occupare uno spazio in un dato tempo, senza altro fare, semplicemente con la mia presenza.

La parola “scandalo” deriva dal greco skàndalon ed etimologicamente significa “trappola, inciampo”; in senso figurato, “molestia”. Vorrei che il conferimento di questa laurea funzionasse in questo senso, ovvero come elemento generatore di molestia, fastidio nei confronti, in primo luogo, di tutti gli educatori che non credono che “un vegetale” sia in grado di modificare, far progredire i contesti nei quali si trova a vivere ed operare; in secondo luogo, nei confronti di coloro che ricoprono incarichi politici e non prestano la dovuta attenzione alla realtà, all’attualità (ché di questo si tratta) delle abilità diverse; e, infine, nei confronti di quei genitori che non riescono, per le ragioni più varie e comprensibili, a creare quella complicità, quella condivisione che può garantire con più certezza ed efficacia un’educazione non monca (e non troppo “speciale”) ai loro figli.

Ringrazio i miei genitori, Antonio e Rosanna, e i due contesti che più mi hanno appoggiato e con i quali sono riuscito a realizzare quanto ho cercato di raccontare sopra, ovvero il Centro Documentazione Handicap-Cooperativa Accaparlante di Bologna e la Comunità Maranà-tha.

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