Il posto delle parole

Dopo la seduta di psicomotricità odierna, ho stilato come da prassi professionale,  le osservazioni relative alla mattinata.

Scrivendo, mi accorgo di colpo, di una parola che mi stona,  la “seduta” di psicomotricità non è mai tanto seduta. Sembrerebbe un implicito, trattandosi di tale pratica. Eppure è la definizione usuale.

Quindi una attività che prevede l’uso intensivo del corpo nella sua interezza e nella sua capacità di interconnessione, con lo spazio, il tempo, il luogo, gli oggetti e la relazione con l’altro (o gli altri) è per convenzione linguistica una seduta.

Un ora, circa, di attività globale che dobbiamo definire “seduta”, e dove di seduto non c’è nulla.

Forse la psicomotricità sente di avere così tanti debiti culturali con altre discipline da dover mutuare il nome da altri. Ad esempio da chi pratica in un specifico contesto (singolo incontro di un processo terapeutico), dove l’incontro è sostanzialmente basato su una postura seduta. La seduta, con questo, si rende portatrice di un paradosso di definizione, tanto più che la “seduta” psicomotoria invece si caratterizza per una intensa attività, che nasce dalla necessità di esprimere il corpo in più dimensioni e posture, e/o nel suo dinamismo fatto di azione e pensiero.

In altri luoghi la cosiddetta” “seduta” diventa (più precisamente assume il nome di) “laboratorio”, e ciò introduce una altra dimensione: quella di una pratica assimilabile al lavoro ed incentrata sulla prassi.

Ma così facendo rischia di assumere identità contradditorie e sfuggevoli. Nel primo caso definisce statico un contesto che invece chiama in scena contemporaneamente la psiche (e non la psicologia) e il movimento, nel secondo enfatizza la dimensione prassica svuotata di quella forte valenza psichica, che invece il nome introduce.

Inoltre visto che il nesso tra corporeità ed educazione è uno degli oggetti di studio su cui mi sto concentrando, questa contraddizione si svela con un ulteriore aspetto; ovvero laddove la psicomotricità (che ha una forte dimensione unificante ed olistica) si esprime a livello educativo, la nominazione dalla forma che assume, si appoggia ad una serie di nomi che non le sono propri. E che ne snaturano l’interno.

La domanda forse im-pertinente è se il problema non stia anche nella difficoltà, che costantemente attraversiamo, in senso culturale, di ridare il suo luogo, il suo tempo, il significato al corpo, che è ciò che E’ e che al contempo siamo noi.

Ecco che il (nostro) corpo non solo viene “trattato” con bizzaree forme educative e/o in sede formativa, non solo viene nominato per poi essere negato (in azione, come agito/agente), ma anche viene scisso quando si deve “parlare” di un luogo formativo destinato, invece a riunirlo.

La cosa che mi resta, in ogni caso, è il dubbio di come chiamare il momento in cui preparo e attraverso lo spazio/tempo psicomotorio.

Incontro. – Tempo. – Pratica. – Spazio.

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