Dare nomi a ciò che si impara

di Monica Massola

Vorrei citare due esempi dei saperi sottotraccia che allignano nelle categorie dei lavoratori dediti all’insegnamento/educazione, i quali non sempre sono consapevoli o sanno mostrare le competenze che possiedono.

Così una collega mi racconta che in una scuola primaria dove i numeri degli studenti stranieri è molto alto, i progetti di integrazione funzionano brillantemente, e gli insegnanti hanno 7 livelli di insegnamento dell’italiano.

Il che, blandamente significa, un alto grado di professionalità nell’insegnare, e un ventaglio assai variegato di competenze nell’insegnare, anche le sfumature della lingua italiana. La necessità di insegnare a tanti bimbi stranieri, alle prese con il compito di l’imparare a leggere e a scrivere, i quali inoltre conoscono la nostra lingua con diversi gradi di competenza, ha ingrandito l’impegno dei docenti.

Ma in cambio gli ha offerto una formazione in itinere, esperienziale, tale da permettere di insegnare, molto meglio, l’italiano anche ai bimbi italiani, in base ad una semplice possibilità, quella di saper adattare l’insegnamento in modo molto personalizzato.

E’ stato attraverso un processo di formazione che questo dato è emerso, gli stessi insegnanti si sono meravigliati della profondità e della vastità di questo sapere, nato nell’incontro quotidiano, nella prassi lavorativa, tra loro e i bimbi che arrivano da molti posti del mondo (108 circa).

 

Altra scena. Ascolto una collega che arriva da un mondo professionale diverso, ma contiguo al mio, e che parla con una conoscente dell’incontro fatto con la realtà dei consulenti pedagogici e degli educatori; di questi ultimi sembra un pò perplessa.

Oppure è una mia proiezione? Ho lavorato per tanti anni come educatrice, e un pò di quella perplessità me la sento ancora addosso. E’ una categoria che non ha visibilità sociale alcuna, che forse non la cerca e che spesso dimentica i “multilivelli” di professionalità che invece sa erogare, e nemmeno sembra sentire la necessità di esibirli e nominarli, e poi di insegnarli.

Gli educatori a scuola, e si parla di persone laureate con un buon livello culturale, sono sempre una sorta di presenza naif, che supporta l’istituzione nella gestione dei casi difficili, ma non mette a tema la dimensione e il valore educativo di questa presenza. Cosa che invece non accade con gli psicologi, che invece sostanziano le tematiche della sofferenza personale.

Gli educatori nei CDD sono impegnati ad ideare in una molteplicità di attività e laboratori,  da svolgere con i loro utenti e che spesso si traducono in lavori di notevole qualità espressiva; eppure restano spesso nell’immaginario buonistico come coloro che sanno lavorare con la fatica e la sofferenza. Sembrano quasi circonfusi da un elitaria aurea di umiltà, che non lascia vedere i saperi e gli insegnamenti appresi dall’incontro con l’imparare/insegnare, nelle difficoltà legate alle disabilità. Eppure anche  il loro bagaglio di competenze e saperi  resta ad appanaggio degli addetti ai lavori.

Credo di aver capito e osservato quanto questo accada spesso, almeno nei servizi che ho attraversato professionalmente, accade questo non saper riconoscere, nominare, trasmettere i saperi che si producono mentre si forma,  educa, insegna, ci si “accontenta ” di cogliere i mutamenti dei formandi. Persino la scuola agenzia formativa per eccellenza si dimentica di quanti saperi costruisce mentre insegna, e si dimentica di raccontarli.

 

 

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2 pensieri su “Dare nomi a ciò che si impara

  1. Condivido il tuo ragionamento. Credo che anche che gli esempi che hai portato siano centratissimi, almeno per me. Anch’io rimango meravigliato, a volte, nella mia pratica educativa e mi rendo conto di cogliere cose che però non riesco a nominare. Ti dirò che questo da un lato mi fa piacere. Mi spiego: il non avere un termine al quale ricondurre una situazione “tipo” mi aiuta ad espandere un tema e ricercare significati. Certo, questo rende più difficile il confronto con altre professioni abituate ad un certo modus operandi.
    “Ossessivo”, “Depresso”, “Disturbi di personalità” descrivono e connotano aspetti che la gente è in grado di associare a delle immagini, solitamente e tipicamente quella del malato. La perplessità verso gli Educatori, forse, nasce anche da qui. Quando un Educatore da una restituzione su un caso solitamente la risposta più diffusa (almeno per ciò che riguarda la mia esperienza professionale) è: ” E quindi?” . Mentre quando vedo restituire uno psicologo la risposta è : “Grazie!”.
    Non so quali e quanti siano i fattori che contribuiscono a questo fenomeno, so di certo che anche gli Educatori sono prima di tutto uomini e donne, figli di una certa cultura che “cozza” con alcuni aspetti della loro professione generando delle resistenze. Sia in chi forma sia in chi viene formato.

    Emanuele

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  2. Mi piace molto l’apertura al non pre-definito pedagogico, e giustamente fa parte di una professionalità che presidia gli attraversamenti “nominandoli” ..
    Eppure anche quando questa complessità viene accolta come professionalità alta … manca ancora la sensazione della necessità di nominarla restituendole la sua dimensione collettiva, e quindi la sua dimensione pedagogica.
    Aggiungerei che ritengo interessante esplorare la possibilità che i blog e i (alcuni) socianetwork possano onorevolmente assolvere a questa latenza ..

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