un figlio disabile e la solitudine delle madri, dei padri e della società …

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DISCLAIMER
lo so che usare questa foto è capzioso, e sembra un mostrare solo il bello di ciò che è complesso ma … ma è una bella bimba, ed è ciò che vedo di primo acchito.

E’ della cronaca di questi gg due mamme con bimbi disabili che li uccidono (e in un caso anche la madre si è uccisa).

Non vado nella cronaca e nello splatter che i giornali tireranno fuori, o nell’emozione che ti strappa fuori le budella per lasciarti ancora una volta solo e confuso; le notizie mi hanno toccato, ma non le ho nemmeno approfondite, non avrebbero aggiunto nulla a ciò che già sapevo.

Abbiamo oggi notevoli strumenti diagnostici per capire se un bimbo nascerà sano, esiste la pratica possibile dell’aborto come scelta per le famiglie, esistono strutture che aiutano, esistono cure e terapie.

Ma non esiste nessuna cura per l’esclusione sociale, per l’insensibilità e per l’ignoranza di una cultura che sta smettendo sempre più di accogliere la diversità, la fatica e il dolore.

Nessuna cura per un tessuto sociale che si sta disgregando e perdendo in coesione e pietas.

Un mondo che non accoglie deve essere uno scoglio invalicabile per una mamma spaventata, o un padre che non sa come affrontare e parlare di quel dolore.

Il fallimento di quelle madri è anche nostro, nel momento in cui permettiamo che il mondo in cui viviamo si cibi della spazzatura, del fetish che c’è nel vivere, e lasciamo che le cose attorno a noi degradino.

Visto che lavoro da orami un sacco di anni nel mondo dei servizi e con la disabiiltà, ho conoscenza più o meno approfondita della materia, e quando il ginecologo mi spiegò il tritest, che andavo a fare per la prima figlia, dicendomi che poteva rilevare la sindrome di down  … mi ricordo di aver pensato che fra le sindromi che potevano ancora capitare era una di quelle “quasi” fortunate.

Così non è, o almeno non è così banale.

Ma allora quella riflessione mi aiutò a lavorare con la paura.

E poi ad osservare i genitori, quelli di un figlio disabile, che imparavano ad essere genitori tout court e non genitori di…. (disabile), ad amare un figlio in quanto figlio; stimando la loro capacità di crescere, di far crescre, alle volte in mezzo a fatiche che nemmeno ipotizziamo; senza mai ammantarsi del cilicio, e della veste di santo e martire.

Mettendo perciò in circolo un sapere sul far crescere ed aver cura, sulla disabilità, sulla fatica e sul senso della genitorialità, sapere che preso e tenuto e fatto circolare aiuterebbe la società anche a tenere e sorreggere chi questa forza non la sa ancora trovare, e per farlo ha bisogno degli altri.

un pensiero particolare va ai genitori di paolo, di luca, di barbara, che su questo mi hanno insegnato un sacco e ad una persona che mi ha fatto capire il senso dell’essere”maestro” per gli altri,  Igor Salomone, con la sua capacità di parlare, indicare, trasmettere e raccontare

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