fare per – fare con … della psicomotricità e del trasmettere saperi

Sono ormai anni che in testa gira il motivetto che mi hanno passato durante il trienno di formazione per psicomotricisti. Si diceva lo psicomotricista fa per il bambino e fa con il bambino. Il concetto mi era suonato subito simpatico ed immediato.

Ma è di oggi, del passaggio successivo alla fase della consulenza/formazione che il concetto si riattualizza, reso più prezioso e gravido di contenuti, quando il fare per e il fare con riguarda la formazione di gruppi di adulti.

Ieri conducevo un gruppo di adulti in un percorso di formazione psicomotoria:

Nella prima fase ho strutturato un percorso di attività per il gruppo, ho pensato a come farlo; poi solo ho guidato il gruppo guidato usando la mia voce per indicare al gruppo cosa fare, come fare, sostenendo, sollecitando, rassicurando, indicando punti nodali su cui sostare.

Nella seconda fase del lavoro ho lavorato (in un paio di momenti) nel gruppo, inserendomi nell’attività, usandomi come esempio, come partner, come complice del gioco psicomotorio. Offrendo squarci di sguardi su possibilità nuove, colte subito dal gruppo, a partire dall’essere esterna al gruppo, più libera di progettare e quindi di iniziare una azione, nuova, evolutiva. ma che necessariamente partiva dal fare con, insieme, con lo stesso corpo, con le stesse mani, con gli stessi oggetti.

Poi nel viaggio di ritorno, mentre prendevo distanza e riflettevo sull’andamento del lavoro, il mio fare è apparso evidentemente connotabile come un fare per (prima fase) e una fare con (seconda fase).

Un fare che corrisponde a diverse distanze prossemiche ma anche posturali, che appariono nella pratica di trasmissione psicomotoria ma che forse sono rintracciabili anche in altri contesti formativi, più metaforizzate dagli oggetti, dai tempi e/o dagli spazi.

Ma ancora prima di questo erano successe alcune cose, in un altra giornata formativa, i formandi avevano il compito di trasmettere all’altro la propria espreineza, era un lavoro a coppie.

Alcune coppie hanno lavorato frontalmente, alcune finaco a fianco, altre ancora in posizione schiena contro petto.

Nel primo caso la categoria è quella del fare con, fare insieme, mettersi in gioco direttamente, in un fare comune in cui il corpo è direttamente coinvolto, e il mostrare spesso evolve in un livello di esplorazione superiore, più complessa, nuova e ricca, sicuramente diversa.

Nel secondo caso la categoria è del fare per, del mostrare, dell’indicare, io sto fuori e ti faccio vedere come si fa, al limite uso il mio corpo o la mia voce per sollecitarti a fare l’esperienza, o ti suggerisco dove collocare l’attenzione.

Nell’ultimo caso direi che la categoria è ancora del fare per, ed è ti faccio sentire io cosa succede. Tu sei passivo nell’apprendimento ed io quello attivo. Quello che vede e controlla l’esperienza, e sa dove condurla.

Ma è nel caso in cui prevale il fare con, che vede un lavoro simultaneo, anche se non necessariamente simmetrico, che evolve in maniera rapida e meno prevedibile.  Mi sono chiesta anche se non sia un caso che si tratti di una interazione frontale (letterelmente) un faccia a faccia, che mette a disposizione la maggioranza dei canali della comunicazione non verbale nella posizione migliore, per vederli e leggerli tutti insieme, con immediatezza e con facilità.

Ecco che lo sguardo e il fare, insieme alla distanza spaziale, alle posture, all’uso del corpo cominciano ad sembrarmi i fondamentali delle prassi educative. Fra l’altro un recente documentario sui primati evoluti (scimpansè) mostrava una mamma insegnare al proprio cucciolo l’uso di un bastoncino di legno per tirare fuori le formiche dal tronco di un albero (fare per) e poi soffermarsi a giocare, facendo il proprio corpo oggetto/soggetto di gioco.

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